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Estremi controproducenti

di Monica Laudani

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L’altro giorno, dopo aver terminato il mio turno lavorativo, andai nel bar dietro l’angolo.
Il piccolo locale, che funge anche da tabacchino, è frequentato dai miei colleghi, tutti operai del maglificio della zona.
Erano presenti anche Beppe e Franco, conosciuti anche come il prodigo e l’avaro.
Si diceva che Franco durante la pausa caffè, si deliziasse con la nota bevanda solamente se qualche sbadato aveva dimenticato nella macchinetta del caffè i trenta centesimi necessari; invece Beppe era risaputo per la sua splendente festa di compleanno, animata da champagne e spogliarelliste.
I due compagni, si avvicinarono al gestore e Beppe chiese tanti biglietti gratta e vinci, quanti gliene permetteva il suo salario; invece Franco guardava sgomento l’amico e si astenne dallo spendere un solo euro del suo prezioso bottino, che sarebbe stato depositato completamente in banca entro la fine della giornata.
Nel frattempo, entrò nel bar Giorgino, buon padre di famiglia, senza strane idee che gli vagassero per la testa e anche lui prese un biglietto della lotteria.
Ad un tratto, un grido di gioia mi fece sobbalzare dallo sgabello, sul quale mi ero seduto a prendere la mia cioccolata. Giorgino aveva vinto. Non ci crederete mai ma l’importo ammontava a un milione di euro. Lo vidi con i miei occhi e fecero altrettanto anche i colleghi Franco e Beppe.
I due iniziarono a litigare:
- Se tu avessi preso per primo almeno un biglietto, a quest’ora sarei ricco!- Disse stizzito Beppe.
- Non dire sciocchezze, sai che io non spendo i miei soldi in tali fesserie. - Rispose Franco – Non sono sciocco come te. –
- Sei solamente un uomo avaro, ecco cosa sei. -
- Parli tu! Hai speso un intero stipendio per qui biglietti e non me ne hai offerto neanche uno. -
- Ah furbone! Se te ne offrivo uno saresti andato volentieri a casa con un milione di euro.–
Così dicendo scagliò un pugno sul piccolo naso del suo collega, che per non essere da meno gliene restituì un altro con l’aggiunta degli interessi e per la prima volta non fu “taccagno”.

 

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