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Egli

di Maurizio M Ferrante

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Egli è il gran signore delle cose segrete…

Non riuscivo a parlare con nessuno dei commessi del negozio, eppure erano ben cinque nel Centro Intel, ma parlavano con tutti meno che con me. Ma che faccia avevo?
“Guido, il signore ti sta aspettando…”, gli disse la commessa del punto informazioni a cui avevo chiesto a chi potessi rivolgermi per sapere qualcosa sui nuovi computer della Intel.
Ma il commesso era interessato alla ragazza che lo fissava con gli occhi verdi, e lui non la finiva più di parlarle.
Appoggiai con indolenza il gomito al bancone: “Non si preoccupi…", dissi con molta pazienza alla commessa. "Aspetto. Del resto per 'Guido' parlare con lei”, e indicai la ragazza, "è meglio che con me…”
Quando il commesso ebbe finalmente finito e la ragazza ancheggiando scese le scale, Guido mi guardò e attese un pò scocciato che mi avvicinassi. Gli chiesi informazioni sui nuovi computer Intel, ma lui non mi ascoltava, proprio in quel momento era entrata nel negozio una nuova ragazza, e lui era distratto, non faceva che guardare alle mie spalle.
Ebbi la consapevolezza che non ci sarebbe stato modo di avere informazioni. Decisi di comprarmi il computer, mi sarei dato da solo tutte le risposte alle mie domande leggendo il manuale.
Approfittando di un momento che non c'erano ragazze nel negozio, riuscii a farmi ascoltare da uno dei commessi (non so se fosse Guido, perché stranamente, e me ne rendevo conto solo in quel momento, tutti i commessi uomini si assomigliavano).
Ero di fronte al computer su di una comoda poltrona regalo di Irene, inscatolato nella stanza del mio appartamento cubicolo come tanti altri nella periferia di polvere ( gli ori della città sono lontani, irraggiungibili) e sullo scrittoio il computer bianco dell'Intel, come lo schermo di un astronave, mi scrutava e non si accendeva.
Dopo due ore di tentativi, di lettura delle istruzioni, mi diedi per sconfitto; non mi rimaneva nient'altro che riportarlo al negozio. Stavo per portare a termine il mio proposito, quando ricevetti un comando nella mente: 'Usa la connessione telepatica...'
Lo schermo si rischiarò come la notte al mattino, un tenue bianco, lattiginoso dei sogni, una porta verso altri luoghi. L'Intel era solo uno schermo, bianco e trasparente, di vetro puro, senz'altri periferiche, se non le mani dell'operatore che accarezzando lo schermo ne animavano le applicazioni.
Mi ero steso sul letto, distrutto dall'ansia, un attimo prima che la voce mi parlasse, ma non l'avevo considerata, preferendo annullarmi in un sonno, ma non chiusi occhio: un gelido vento d'altezza, e il letto fu poggiato sulla cima di sassi bianchi di un monte, quasi l'Olimpo delle leggende, le nuvole mi circondavano...
L'uomo nel suo completo nero e cravatta grigia su camicia bianca era fermo ad una decina di metri da me proprio in bilico sul nulla.
Era così fermo come solo un manichino potrebbe, e la sua voce chiara come uno scroscio d'acqua, ma altrettanto ingarbugliata nel cadere sulla roccia, disse: 'Sono i mondi paralleli... vivono l'uno dentro l'altro...'
Un uccello attraversò una nuvola dorata, era un bambino con le ali e la cartella come se andasse a scuola. Ricordavo che da bambino avevo spesso sorvolato quel monte.
L'inevitabilità del risveglio - finché il cuore è il ritmo della vita - ma dopo? Forse l'anima... senza più ritmo, un fluido eterno di niente... un andare senza carte per orientarsi in mondi apparenti... Ma il nostro mondo è il punto di partenza? O è solo un punto di passaggio, un errore antico, futuro...? E lo schermo dell'Intel trasparente è la porta...?
Il computer s'era acceso e lo schermo danzava di colori, di musica, m'accoglieva, diceva di appartenermi, dovevo scegliere una chiave d'entrata e poi tutto mi sarebbe sembrato più facile...
Irene si era alzata - mattina, lavoro - mi era alle spalle: 'che fai, mi disse, addormentato sulla scrivania sognando chissà cosa?'
Ero stordito.
Mi preparai per andare al lavoro, e scesi in strada confuso, e al bar, davanti al cappuccino, sentii di nuovo quell'attrazione, di tornare a casa, di stare accanto a Lui, d'immergermi nei suoi complicati algoritmi.
"Oramai lo chiami lui?", mi disse Irene quando la sera, gelosa di quell'intrusione tecnologica, era nuda sul letto.
Sopra di lei la morbidezza eterna.
"Cos'hai lì?", le domandai dopo, e le sfilai il piccolo fascicolo dalle mani.
"Quei tipi... sembrano impiegati di banca, che ti fermano e ti offrono il paradiso... non me ne liberavo...", si giustificò lei.
L'avevano fermata in strada, quei due tipi, vestiti con completi neri, e con le loro borse piene dei numeri della rivista: La Torre Eterna. Cercavano adepti alla loro religione, che rifiuta il tempo nell'attesa dell'eterno.
Erano quelli i mondi dell'infanzia sognando il paradiso, così li immaginavo, proprio come nell'iconografia di quei fascicoli. Si rifanno alla Bibbia, l'Antica chiave per comprendere ogni cosa.
"La Bibbia è un codice!", affermò l'uomo in completo nero seduto nella mia sala da pranzo.
Irene era in cucina e portava un vassoio con un caffè, un incedere lento, sensuale. La luce del mattino la rendeva di un altro tempo.
Irene serviva quell'uomo e alzava gli occhi verso di lui, sottomessa.
"E' una schiava", mi disse l'uomo.
Irene gli s'inginocchiò davanti, poggio la testa al centro del suo corpo; prima lo baciò, in quel punto, poi strofinò la guancia sulla chiusura dei suoi pantaloni, alzò il capo e languida mi guardò, e chiuse gli occhi scivolando nel sogno.
Dovevo spegnere l'Intel!
Era Lui la causa di tutto...
"Tu non puoi farlo... Sei caduto nella rete del dominio... Ti sei illuso di dominarlo... Ora lui scruta attraverso i tuoi occhi..." Affermò l'uomo accarezzando i soffici capelli di Irene.
(aprile-giugno 2006)