Menù principale

Racconti

Poesie

Pittori

Sculture

Musicisti e cantanti

Foto e fotografi

Fumetti

Dio e la fede

 

Consigli per scrittori

Consigli per gli aspiranti scrittori

Grammatica italiana

Agenzie letterarie

Case editrici per autori esordienti

 

 

Il campanello

di Baso A.

Guarda il profilo


Anna diede un’ultima pennellata alla tela con gli occhi che quasi le si chiudevano per la stanchezza. Rassegnata, depose il pennello infilandolo nel vaso colmo di olio di lino e poggiò la tavolozza colorata sul tavolino accanto. Si alzò faticosamente dallo sgabello, diede un ultimo sguardo al quadro che aveva di fronte e spense la luce soddisfatta.
La giornata era stata lunga. Al negozio dove lavorava come commessa erano entrati solo tre clienti. Il tempo trascorso a ripiegare jeans e maglioni sembrava non passare mai. Era l’altra faccia della medaglia delle località balneari. Alla frenesia dell’estate che letteralmente volava, succedeva sempre l’autunno e l’inverno, fatti di interminabili periodi di nulla.
Per fortuna che nella stagione fredda Anna riusciva a impegnarsi e anche a ricavare qualche soldo sfruttando la sua passione per la pittura. Era un’ottima ritrattista ed eseguiva dipinti su commissione, tanto che stava pensando di mettersi in proprio e dedicarsi esclusivamente a quello.
Anna viveva sola in un’antica casa a tre piani nel centro storico di Caorle. Dipingeva la sera nel suo studio ricavato nel sottotetto, e quella sera si era fatto molto tardi. Nonostante ciò, scendendo i gradini di legno si sentì ridestata così pensò di prepararsi una camomilla per riconciliare il sonno.
Accese il fuoco sotto al bollitore e chiuse il tappo il cui fischio le ricordava l’armonica a bocca che le suonava il nonno quando era piccola. Si soffermò a specchiarsi sulla cappa di cristallo strizzando gli occhi per compatirsi un poco davanti alle prime rughe dei suoi trentadue anni. Poggiò la sua tazza preferita sul banco della cucina, tre cucchiaini e mezzo di zucchero, uno di miele ed una bustina di camomilla solubile.
Anche se brevi le attese la infastidivano così andò a distendersi sul divano davanti al camino, lasciando accesa solo la piccola luce della cappa. Il gatto Mao era al suo solito posto, appallottolato sopra lo schienale con la testolina ritta, gli occhi chiusi e le zampe anteriori piegate sotto il petto. Anna si lasciò cadere sui cuscini e allungò i piedi verso il fuoco, che stava per terminare i due ceppi di legno ardenti fra le braci.
Il felino si accomodò leggero sul ventre di Anna, con fare discreto. Lei fissava disattenta le lingue del fuoco, accompagnate dal loro crepitio e dalle fusa del gatto. Lentamente cedette al torpore e chiuse pesantemente gli occhi. Pochi istanti dopo, che a lei parvero interminabili, l’armonica iniziò a fischiare.
Si alzò automaticamente, di scatto, tanto che Mao si spaventò. Con le palpebre ancora semichiuse e con la debole luce che l’attorniava spense il fornello, versò l’acqua bollente nella tazza e iniziò a mescolare lentamente, ad occhi chiusi. Fuori intanto si era alzato il vento. Sbadigliò.
Era stanchissima, praticamente dormiva in piedi. Si accorse di aver freddo e afferrò la tazza con entrambe le mani intorpidite. Schiudendo gli occhi si diresse verso finestra accanto al camino. L’aria stava aumentando e i balconi tremavano cigolando.
Il fuoco nel camino non ardeva più e nell’ ampia stanza la luce proveniente dalla cucina all’altra estremità era fioca. Avvicinandosi le sembrò di notare qualcosa di anomalo oltre il vetro, e quando vi si accostò lo stupore la pervase spalancandole gli occhi.
Il grande palazzo che si stagliava davanti a casa sua e che ostacolava la vista era sparito. Al suo posto un prato, poco oltre il mare gonfiato dalla bora.
Il primo pensiero di Anna fu banale. “Sto sognando” si disse retrocedendo di alcuni passi con la tazza fumante fra le mani. Scrollò quindi le spalle, e con piglio deciso si riavvicinò al vetro per sincerarsi della situazione. Non dovette soffermarsi a lungo dato che i riflessi della luna sulla superficie del mare la fecero sobbalzare nuovamente.
Si voltò, allora, verso la cucina e appena messa a fuoco la stanza si immobilizzò terrorizzata. La poca luce che illuminava l’ambiente e che prima proveniva dalla cappa aspirante, inspiegabilmente era emanata da una candela appoggiata sopra un tavolo. Non il suo tavolo in cristallo, ma un vecchio piano di legno consumato e irregolare, storto.
Confusa e agitata si portò la tazza alla bocca. Aveva la gola secca. Appena le labbra toccarono la ceramica ebbe un nuovo sussulto perché non riconobbe il bordo della sua affezionata mug rosa. Quando l’allontanò per meglio vedere cosa stringesse fra le mani, Anna lanciò un piccolo urlo e lasciò cadere a terra una tazza bianca mai vista prima.
Le mani cominciarono a tremare così come le ginocchia. Iniziò a respirare più velocemente, nervosa. Si strinse le braccia al petto per cercare di controllare i fremiti. Cercava di non farsi prendere dal panico, ma era talmente tesa che riusciva a sentire il suo cuore rimbombare nelle orecchie.
Chiuse gli occhi strizzandoli forte, come per esorcizzare la realtà che la circondava. Decise di cercare una spiegazione a ciò che stava accadendo e in qualche modo affrontarlo.
Si fece coraggio e li riaprì, respirò profondamente e iniziò a guardarsi attorno timorosa. La casa era sicuramente la sua, solo che pavimento, mobili e infissi non li riconosceva. Solo il vecchio caminetto era lo stesso. Il fuoco ormai spento ma le braci ancora vive.
Si avvicinò a guardarlo, aveva freddo. Lì per terra c’era una cesta con della legna e Anna ne prese tre grossi pezzi adagiandoli sulle braci. Subito s’incendiarono illuminando meglio la stanza. Davanti al fuoco, al posto del suo grande divano c’era una sedia a dondolo di legno scuro e guardandola il suo cuore si rasserenò un poco. Appallottolato come al solito c’era Mao che la guardava tranquillo, come se nulla fosse. Si sedette accanto al gatto che subito andò ad accomodarsi sulle sue gambe.
Anna chiuse nuovamente gli occhi mente accarezzava il dorso dell’animale. Lentamente si calmò, rasserenata dalla presenza amica e dal calore del fuoco scoppiettante. Improvvisamente sentì il suono di un campanello, proveniente dal piano sottostante dove c’era l’ingresso della casa.
Sollevata, credendo che si sarebbe svegliata da quello strano e pur vivido sogno, rimase in attesa, respirando profondamente. Al secondo trillo, stavolta più insistente Anna realizzò che quello che stava suonando non era il suo videocitofono, ma una piccola campana metallica vera e propria.
Più confusa che impaurita spalancò nuovamente gli occhi, ritrovandosi sulla sedia di legno. Al terzo trillo si alzò di scatto e si accostò alla finestra per controllare chi ci fosse di fuori. Non riusciva a vedere fin sulla soglia della porta, ma dopo pochi istanti due figure avvolte in mantelli scuri si allontanarono dalla casa contrastate dal forte vento.****
Dal buio corridoio proveniva il rumore causati dei balconi spalancati che sbattevano contro il muro. Anna si fece coraggio e decise di dare un’occhiata. Prese la candela poggiata sul vecchio tavolo e si avventurò oltre la porta del soggiorno.
Avanzò timorosa sulle assi scricchiolanti del pavimento e passò nel corridoio, accanto alle scale. C’erano due porte, come quelle delle sue due camere, ma notò che mancava il bagno in fondo al corridoio.
Si affacciò prima sulla più piccola che era completamente buia e piena zeppa di attrezzi e cianfrusaglie, probabilmente un magazzino. Passò poi alla seconda dove lei teoricamente dormiva. C’erano un letto in ferro un cassettone ed un grande armadio di legno. I balconi aperti tremavano seppur bloccati dai ganci, e dalla finestra passava la luce bianca della luna.
Incuriosita decise di salire al piano di sopra, dove lei aveva il suo studio. I gradini erano rumorosi ma solidi. Arrivata in cima allungò la candela davanti a sé per osservare meglio.
Quello che si trovò di fronte la sorprese e la riempì di meraviglia. La stanza era piena di quadri, ma non i suoi. C’erano paesaggi, chiese, monumenti, nature morte e tanti ritratti, tutti di ottima fattura. Camminando lentamente a ritroso li illuminò uno ad uno con la debole fiammella quando all'improvviso si fermò.
Il vento soffiò con più forza, tanto che lo sentì passare attraverso i coppi e le assi di legno che formavano il tetto sopra la sua testa. Un brivido le percorse la schiena. La tela che aveva davanti era lo stesso ritratto di donna che Anna teneva appeso sopra la credenza nel suo soggiorno. Quella giovane donna dai capelli neri era la sua bisnonna materna, e l’artista che l’aveva ritratta era suo marito. Solo in quel momento Anna si rese conto di quanto quella figura nel dipinto le assomigliasse.
All’improvviso un nuovo trillo squarciò l’aria. Impulsivamente Anna soffiò sulla candela spegnendola, pentendosene al contempo. Ancora uno scampanellio poi il silenzio. Rimase immobile qualche minuto quindi si decise a tornare verso il soggiorno.
Si fece strada tentoni fra le tele che odoravano di colori ad olio e sfruttando la debole luce proveniente dal camino al piano di sotto riuscì a trovare le scale che discese. Passando davanti alla camera notò qualcosa che prima le era sfuggita a causa del riverbero della candela. Accanto al letto vi era una culla illuminata dalla luna, seminascosta dal grosso armadio.
Anna entrò nella stanza intenta a guardare se il lettino fosse vuoto, ma quando arrivò al centro del locale un rumore la scosse. La porta d’entrata al pianterreno si aprì, per richiudersi sbattendo subito dopo.
Un uomo e una donna risalirono le scale velocemente, parlando animatamente in dialetto caorlotto. Litigavano. Anna ebbe appena il tempo di scostarsi dal centro della stanza e di appiattirsi lungo la parete in ombra, accanto al comò.
L’uomo si fermò in cima alla rampa di scale a controllare l’ingresso. La donna entrò rapidamente in camera andando a controllare la culla nell’angolo, senza notare l’intrusa. Si chinò a baciare il bimbo che evidentemente vi dormiva dentro, quindi si voltò dirigendosi all’uscita.
Anna si irrigidì cercando di non respirare per non fare rumore, ma quando la donna le passò davanti non riuscì a trattenere un sussulto. Questa si fermò di scatto davanti alla porta e si girò verso di lei. Si trovava a pochi passi e i suoi occhi neri parevano guardarla.
La donna si avvicinò verso di lei ma fermandosi davanti al cassettone. Si slacciò la catenina d’oro che portava al collo e la mise nel primo cassetto. Anna vedendo il cammeo che vi era appeso sobbalzò e si poggiò una mano sul petto. Questa richiuse e poggiò pesantemente le mani sul mobile guardandosi allo specchio che aveva dinanzi. Piangeva.
L’uomo entrò nella stanza, agitato. Il viso imperlato di sudore. Si affiancò alla donna intimandole di muoversi. Lei non si mosse, allora lui si avvicinò prendendola per il polso e strattonandola.
Questa si voltò, e solo in quel momento Anna riconobbe quel viso, quello del ritratto visto poco prima, lo stesso appeso sopra la credenza nel suo soggiorno e che le somigliava tanto. Quella giovane donna era la sua bisnonna, e l’uomo che la implorava di sbrigarsi era suo marito.
Anna, con gli occhi sbarrati e il cuore impazzito, realizzò che le due figure delle quali riusciva perfino a sentirne l’odore degli aliti, non l’avevano vista. Non potevano vederla.
Nel buio del piano sottostante risuonò di nuovo la campanella. Scese il gelo. Nessuno fiatò. La donna si portò le mani alla bocca, disperata. Il campanello trillò ancora. I due coniugi si guardarono negli occhi qualche attimo poi con un cenno d’intesa si separarono.
L’uomo estrasse un coltello dalla cintura e scese le scale; la donna uscì appena dalla porta, affacciandosi sulle scale a seguire la figura del marito. Il portone d’ingresso si aprì sbattendo violentemente. Seguirono i rumori di una colluttazione. Due o più persone stavano lottando al pianterreno.
A quel punto la donna si voltò verso Anna e sembrò fissarla negli occhi per un istante. Infine volse lo sguardo alla culla per poi di colpo girarsi e mettersi a correre giù per le scale urlando disperata.
La lotta continuò ancora per qualche secondo finché il portone si riaprì e si richiuse subito dopo. Silenzio.
Anna era pietrificata dalla paura. Dopo qualche minuto, che a lei sembrarono un’eternità, si fece coraggio e scese a vedere che cosa fosse successo.
Arrivata in fondo alla rampa vide una scena raccapricciante. I corpi dei suoi avi giacevano senza vita in una pozza di sangue addossati ad un cumulo di reti da pesca maleodoranti.
Anna scoppiò a piangere isterica. Cercò di calmarsi , di trattenere i singulti, ma era inutile. Si mise le mani fra i capelli, camminando nervosamente avanti e indietro accanto ai due cadaveri. Si persuase che stesse impazzendo.
Venne destata da un rumore, una sorta di lamento che proveniva dall’alto. Allora si ricordò del bimbo nella camera al piano di sopra. Si impose di calmarsi e risalì la scala in un lampo.
Si accostò alla culla dove proveniva il pianto disperato del piccolo. Sul capottino c’era appeso un cuscinetto di stoffa con un nome ricamato: Anna.
Prese in braccio la bambina provando a calmarla. La sentì fredda così la avvolse nella coperta di lana e scese in cucina, dove il camino era ancora acceso.
Con la bimba stretta al seno e il viso ancora bagnato dalle lacrime fece spostare Mao e si sedette sulla sedia a dondolo davanti al fuoco. La bambina era molto piccola, otto mesi al massimo. Solo dopo che questa si tranquillizzò smettendo di piangere, Anna realizzò che quella creatura che stava cullando e fissando negli occhi era la sua nonna materna.
Dopo una buona mezzora la piccola si riaddormentò e anche Anna sentì le palpebre pesanti come non mai. Stremata chiuse gli occhi e cadde in un sonno profondo.
Il fischio del bollitore la svegliò all’improvviso. Mao era sdraiato sul suo petto, stretto fra le braccia.
Anna si guardò attorno confusa. Tutto era come sempre. Il suo divano, il suo camino, il suo tavolo di cristallo, la credenza e il ritratto appeso sopra. Tutto in ordine. Anche il grande palazzo fuori dalla finestra era al suo posto.
Si preparò la camomilla nella sua tazza rosa. Uscì dalla cucina e accese tutte le luci. Controllò le altre stanze e salì al piano di sopra. Tutto era al suo posto. Infine scese al pian terreno, fino davanti all’ingresso.
Arrivata in fondo alla scala si fermò a fissare il tappeto che c’era davanti. Lo oltrepassò girandoci attorno e dando le spalle al portone si chinò per spostarlo. Il gatto era seduto sul terzo gradino e la guardava interessato. Anna si fece coraggio e tirò da un lato il tappeto.
La tazza le cadde per terra quando osservando attentamente l’antico pavimento di pietra rossa scoprì una grossa macchia scura mai notata prima.
Il suo cuore sembrò fermarsi quando dietro di lei un campanello cominciò a tintinnare.

 

 

Commenti

Lorenzo Ghionzoli - Lunedi, 7 Luglio, 2008 alle ore 22:48:08

commento: Non riuscivo a smettere di leggerlo