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Il cacciatore di pompelmi

di Stefano Prolli

 

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Lo stridere della carrucola di una gru girevole, che rilasciava lentamente un peso, risvegliò la testa sopra pensieri di Vanessa, che attraversava, con il petto protuberante, e la gonna cubica, una traversa della via principale del proprio paesello di collina.

L’ossigeno era quieto e flemmatico: accovacciato, come una vecchia indolenzita, sui sampietrini e sulle pareti agresti delle case disossate dal fuggire della gioventù, che parevano, viste dal colle superiore, una folla di genti con i sacchi di pelle conciata sulle spalle, in attesa di una partenza che tardava da secoli.

Sarebbe stato un giorno comune.

Il ticchettio dei suoi bassi tacchi rompeva il brontolare dell’acqua nelle pentole, formicolanti dalle persiane aperte, che attendevano parsimoniose il tuffo del grano alla mezza.

La “V” che si sagomava sulla sua camicetta grigio topo, ricamata sui bordi seguendo le asole, sciorinava i suoi tenaci seni, compatti e pesanti, simili a quei bei pompelmi che si raccolgono in stagione; mentre  le labbra si disegnavano in un broncio perenne, con la forma di un’arpa antica, aventi il potere di caratterizzare la sua personalità nel pensiero altrui.

Fu proprio per quella sua peculiarità fisica, per la grottesca curvatura delle sue labbra, che i suoi compaesani malignamente la soprannominarono “ Acerba”.

Ebbe a convivere con questo nomignolo dalla soglia dei suoi sedici anni, nell’età del pieno sviluppo della donna: quando gli uomini, spietati cacciatori, iniziano a porre il loro sguardo sanguigno sulla preda che sta maturando. Acerba non ricambiava mai le occhiate dei cacciatori, né i loro maliziosi saluti; con la testa china, schermita da tigliosi capelli, ed il fuilard perlato portato alla brezza, proseguiva per la strada sostenendo entro la curva del gracile braccio una cartellina nera con un filo elastico reggente una penna stilo. Acerba era un agente immobiliare e nella sua cartellina erano trascritti tutti gli appuntamenti della giornata, a cui lei con vocazione monacale adempiva, marcando con una V calcata quelli già concretizzati, come volesse cicatrizzare una parte del suo passato su quel foglio innocente; almeno per quanto verseggiava il pazzo poeta delle cantine. Nessuno conosceva i suoi pensieri, nemmeno la notte maliosa che, come una spia russa, li fa prepotentemente affiorare: qualcuno proferiva perfino che non l’avesse, e che la testa le servisse solamente per convincere la gente a comperare case. C’era il Cecio, così soprannominato per l’evidente somiglianza con il legume, che per farle dispetto le staccava dalle pareti gli annunci di compra -  vendita degli appartamenti, li strappava, ci sputava sopra, e poi, con un ridere arrochito, vantava le sue imprese, seduto al bar con una gazzosa e quattro sfaccendati, che parevano dei tacchini in un pollaio.

Sembrava che gli uomini non le piacessero, nemmeno li guardava di sfuggita, come se il suo istinto fosse cullato in un moto obliante: codesto era un altro motivo per il quale i ragazzacci, con le suole molli poggiate al muro e le loro chitarre scordate, continuavano a soprannominarla in quel modo.

Quando nella piazza del paese si parlava d’Acerba, sotto la fontana spenta, accanto agli anziani che giocavano a scopone,  tutti richiamavano alla mente la sua rigida camminata, ridendo; qualcuno diceva perfino, senza scherzo, che si stirasse i vestiti addosso, differenti, invece, sostenevano che avesse un problema ortopedico: tra un bitter e un pasticcino con la ciliegia, discutevano della sua antipatia, ma nessuno di loro le aveva mai rivolto parola. Che era bella, però, nessuno lo  poteva negare, soprattutto quando si legava in dietro i capelli, con un semplice elastico di gomma, così da mettere in risalto, come un bel fungo velenoso su una distesa verde libera da alberi, il suo naso piccolo e tondo e suoi occhi grandi come il forno per il pane.

 

Acerba s’affacciava sovente dal belvedere del suo paesello, con l’inferriata arrugginita e traballante, dove si distendeva, come un sorriso di plastica, l’immensa città in repentina crescita; lo faceva soprattutto al tramonto allorché le luci a neon cominciano a sostituire lo stanco sole.

Sopra quegli spiriti elettrici, che con lo smog sembravano muoversi, si pettinava i capelli un’altra collina, dove si nascondeva tra i campi coltivati e le antenne radiotrasmittenti, come un pidocchio, un minuto paesello, identico a quello in cui abitava, da cui s’ergeva il campanile più alto delle contrade limitrofe. In quel gretto paese viveva l’unica persona, come una leggenda, si raccontava da una persiana all’altra, a cui lei avesse dedicato il suo più larvato interesse: un giovane tubista scapestrato, che si diceva amante delle gonne moderne, ma quella era una storia troppo lontana; lontana come la metropoli che s’agitava sotto i suoi succosi pompelmi.

Guardava la città come si guarda un sogno, borbottava il tabaccaio che abbassava le serrande verso quell’ora: forse desiderava un giorno abitare in quel luogo, dove la gente, riprendeva il laureato del terzo piano di Via Benedetto Croce, ha superato ignoranti atteggiamenti folcloristici, ma codeste erano solo supposizioni poiché nessuno ebbe mai il coraggio d’interrogare i suoi sentimenti.

Vanessa non era superstiziosa, discorreva la mamma che era proprietaria di un banco di frutta in un paese vicino, ma qualche imbecille del paese purtroppo lo era e faceva le corna dentro le tasche dei pantaloni, o dietro le natiche, al suo passaggio, come si fa per i gatti neri. Acerba indossava abitualmente abiti scuri, in rispetto alla convenzionalità che richiedeva il suo lavoro: probabilmente fu  anche per colpa di  quel fosco vestiario che nei compaesani maturò quella male lingua.

Benché, essi fossero ben attenti a non farsi scoprire nei loro scongiuri, la ragazza n’era  a conoscenza, il calzolaio, uomo ossuto ma con la pelle vivace, diceva perfino che l’aveva vista piangere, anche se in paese nessuno credeva che fosse capace di farlo, come chi avesse commesso un peccato; ma lei, male, non n’aveva mai fatto a nessuno e doveva subirsi lo stesso, con il medesimo abbandono di Cristo, cotanta maldicenza. Come non si poteva dar del menzognero a chi diceva che fosse la più bella del paese, non si poteva neppure smentire che a primo impatto potesse sembrare davvero antipatica: pareva volesse darsi sempre delle arie, come una dama peccante d’affettazione, ma quella, forse, era solamente la sua postura abituale, il suo modo di camminare, e se Dio l’aveva donata di una bocca con quella forma, lei non ne poteva avere nessuna colpa. I compaesani, però, con la loro atavica mentalità, non potevano giungere fino a questo ragionamento, poiché, per loro, i detti erano l’unica saggezza, e se le superstizioni si reggevano immutate da secoli, non vedevano il motivo per il quale, tutto ad un tratto, non sarebbero dovute essere veritiere; così borbottava l’etiopico che sbucciava le patate fuori il ristorante.

Quel famoso giorno, di cui tutti ora in paese rimembrano spesso la vicenda, fu vista passare sotto la gru girevole, che pareva una croce evangelica, con uno sguardo diverso da quello sovente, tra l’anarchico e il folle, per codesto motivo la Signora Matilde, ancora zitella nei suoi quaranta anni,  sostenne che fosse racchiusa in un diverso pensiero, e che, di un tratto,  fosse rinsavita dallo stridere della corda che calava; nessuno la vide più per le due ore seguenti.

Il campanile suonò le due del pomeriggio da circa dieci minuti, orario in cui Arturo, l’oste, affermò d’averla vista tenere per mano un bambino di circa tre anni, con il ginocchio sbucciato e le gote rossastre, proprio di fronte alla sua cantina umida che sembra squagliarsi per effetto della propria ombra, in Via XX settembre, ma se si riflette sui ferri del mestiere dell’oste, s’intuisce da se che non è facile dargli affidamento; giacché il panettiere testimoniò in seguito che fosse alticcio. In piazza, però, tutti la videro con certezza, circa un’ora dopo la testimonianza dell’oste. Il suo volto era pallido, trasudante, di una decolorazione tendente al giallo crisantemo,  aveva delle occhiaie marcate, simili alle figurazioni che disegnano le dune nel deserto, mentre i capelli parevano unti, come sporchi da più giorni, che si disperdevano straziati sui bordi del plumbeo collo, come gitani esausti di viaggiare. Geltrude, la più vecchia del paese, addirittura si spaventò di quella smagrita figura, pensando d’aver visto uno spettro. Acerba restava immobile, diritta in piedi, come incastonata nei sampietrini, con i palmi abbandonati lungo i fianchi, e le ginocchia leggermente inarcate, molli, mentre il sovente broncio si era talmente arcuato da sembrare un rovesciato spicchio di luna. Ad un tratto rannicchiò il petto e lo posò leggero sulle ginocchia piegate, il gesto fu lento e distante, poi, chinò la testa riunendola in quella forma, che sembrava quella di un feto, mentre i capelli abbandonati si scioglievano sui polpacci vitrei, come una lunga processione di formiche. Da quella postura cominciò a slacciarsi il cinturino della scarpa sinistra, solleticando l’osso della caviglia; l’inclinazione della spalla le fece crocchiare la scapola, che emanò un mormorio che si diffuse lieve ed ironico per la piazza. Si tolse la prima scarpa, poi la seconda, e le lanciò. Acerba si rialzò in piedi, di scatto, e riassunse una postura diritta, che fu preda, però, d’alcune vibrazioni che anticiparono la stabilità, come una corda di violino che non vuole smettere di seguire la melodia. I  piedi nudi, giallastri, si riflettevano sugli occhi neutri, di un bianco baluginante, privi dell’iride, che sembravano aver raccolto un aldilà più benevolo. La caligine che dalla città s’inalava, aveva conquistato il colle più alto, causando un’insalubre foschia, che sfocava la vegetazione in un colore più chiaro, quasi paonazzo; in quel pallore translucido sembrava di scorgere lo scintillio dei cannocchiali d’alcuni folletti, che silenziosi, tra i  cespugli, si godevano quella scena. Dalle tegole delle case circostanti, sembrò evaporare una gelosa melodia, che resistendo alle folate irregolari, si spandeva gloriosa, infettando gli orecchi della gente nella piazza. Acerba liberò i capelli dal nastro di gomma, sollevò leggermente il mento, e spalancò le  narici al vento, lasciando le braccia sciolte a quel moto, restò alcuni secondi in quella postura, sembrando un’effigie di un quadro antico; poi con mortale assenza cominciò a sbottonarsi la camicia, che non opponeva alcuna resistenza. La folla impazzì in un mormorio. Per ogni bottone sciolto, sembrava che recitasse un ringraziamento alla Madonna,  ed ella le rispondesse con il suono custodente delle campane. Si tolse anche il reggipetto, di un fucsia opaco, così tutti poterono finalmente ammirare i  decantati pompelmi. Avanzava delicatamente il suo passo calpestando i panni che lasciava cadere, come se camminasse sopra le acque,  e, il corpo che si spogliava degli abiti, sembrava che si vestisse di una luce ultraterrena,  non risparmiante di macchie d’ombra.  La sua nudità non richiamò pensieri lussureggianti, neanche nei più recidivi peccatori, bensì pietà mista ad ammirazione, almeno per quanto dichiarò qualche ora più tardi “Giovanni l’acchiappafemmene”, piangendo come un osannato. La sua pelle era pallida, diafana, tanto che si poteva cogliere da essa il sangue che ne scorreva, mentre il suo corpo sembrava allungarsi, sciogliersi,  come se  bramasse d’entrare in  fluida armonia con i tratteggi delle colline. Qualcuno giurò di vedere i pori della sua epidermide tramutarsi in impercettibili piume d’ali bianche, e vederla sollevarsi lievemente da terra. Fu certo, però, che iniziò a correre, alla rinfusa, con l’affanno che le faceva battere il petto. Antonietta, la sarta, dichiarò: che le su gambe fossero disseminate di lividi. Tutti seguirono la sua corsa, Acerba non si voltò mai indietro. Il profumo che lasciava la sua scia ricordava quello delle mimose a marzo, tutti lo poterono assaporare, nessuno si scordò mai d’esso.  

Cadde o si gettò, dal precipizio. 

Trovarono il suo corpo privo di vita a piedi del dirupo, nessuno seppe se si trattò di un suicidio o di una disgrazia.

 Il viso spento era candido, chiaro come una nuvola benigna, in contrasto con le labbra di un rosso intenso, sfumante nelle tinte di un cristallo di rubellite.

Riposava sotto un ulivo, che con le sue forme fuggenti, sembra possedere una dinamicità nell’immobile.