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Il bronzetto

di Paolo Canu

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Pal Zonta camminava in piazza Università, circospetto ed indeciso. Aveva fatto il periplo dei parcheggi almeno sei volte, e cercava un cenno da parte di qualcuno, che gli indicasse di seguirlo in quelle strade buie, traverse che dalla piazza, attraverso percorsi più o meno tortuosi, portano al Corso.
Scrutava per bene le facce, cercava ammiccamenti, conscio del fatto che sarebbero potuti essere anche lievissimi, visto il delicato materiale che aveva in tasca. Poi, verso le sette e mezza, decise di fare un giro, quasi di perlustrazione, nella via Università, dove le vetrine dei negozi illuminavano le strade carenti di luci, e davano manforte a quelle ormai rosse dei lampioni esausti, quelli che i “pizzinni pizzoni”, non avevano demolito a suon di fiondate con le pietre trovate per strada e selezionate con cura per massa e rotondità.
Fece quasi duecento metri, che per uno come lui, sfondato dalle sigarette in esubero, erano quasi una maratona, e non ravvisò, nemmeno lì, alcun segnale tangibile.
Poi un trillo di cellulare, e mise la mano nella tasca destra, quella buona perché la sinistra era bucata. Guardò il display e lesse un perentorio sms: vai al bar in piazza e aspetta notizie, cercando di non dare nell’occhio.
Come avrebbe dovuto fare a non dare nell’occhio, visto che era alto due metri? E che atteggiamento assumere rispetto alla platea che sicuramente lo avrebbe notato?
Decise di entrare e fingere di essere raffreddato, ordinando un vino rosso, che a novembre-pensò- sicuramente non avrebbe dato nell’occhio.
Buono, un Cagnulari di Usini, barricato: sembrava sangue e Pal si ricordò del vino da messa che odorava da piccolo, col vestito da chierichetto, dopo che Padre Masia, alle ore comandate, se l’era scolato con avidità immane, come se fosse reduce dai quaranta giorni nel deserto di Gesù.
-Sicuramente Padre Masia non avrebbe resistito alle tentazioni del Diavolo- pensava allora, e adesso.
Uno, nemmeno lo sentì, ed ordinò immediatamente il secondo, dando al barista un cenno con la testa.
Il quale barista, per evitare conti troppo lunghi e impagabili, gli mise lo scontrino sotto il bicchiere, che recitava: “2 X 4,50 bevande”: nove sanguinosi euro, per 0,20 di Cagnulari di Usini!: soldi sanguinosi per sanguinoso nettare.
Tolse dalla tasca due banconote stropicciate da cinque euro e gliele porse. Alla vista di quei due fogli usatissimi, il barista si disse sicuramente, che aveva fatto bene a battere cassa tempestivamente.
Pal si fermò un istante col cervello, a fare il punto della situazione: ancora una volta il suo destino si incrociava con quello di Sassari, dove aveva studiato, amoreggiato, bevuto, ed era fallito. In un istante, come nel film più film, ripercorse le tappe della sua esistenza legata alla città, e vedeva dentro di se, tante cartoline come quelle di “Intervallo”. Ora non era più il rampante di un tempo, non era più l’abile affabulatore dei tempi che furono: solo un minimalista, in tutte le espressioni del suo animo, dalla loquela al modo di vestire. Non riusciva più a sorridere a nessuno, ma solo a ridere di barzellette o battute che, più che ascoltare, subiva.
Questo suo umore, lo faceva sentire avulso dalla città e dalle persone che aveva frequentato una vita, con piacere oltre che con dovere.
Si ricordò del suo Liceo, delle ferie organizzate in massa coi suoi compagni, e il suo viso si velò ancora più di tristezza. Ma ora era il caso di pensare a quello che avrebbe vissuto da lì a poco, forse l’ultima possibilità di realizzare l’idea di prendere un aereo ed arrivare fino a Oaxaca, capitale dell’omonimo distretto messicano, e lì aprirsi un ristorante con specialità sassaresi, vivacchiandovi fino alla fine dei giorni suoi.
Ninetto, detto “lu carru attrezzi”, che di professione faceva il ricettatore, gli aveva lasciato un segno inconfondibile come faceva lui quando arrivava il momento di fargli una proposta di acquisto, davanti casa. Potevi vedere mille cose strane, ma il segno lo avresti distinto lo stesso: si pregnava di energia, diventava vivo e ti attirava in modo inequivocabile. Questa volta trovò sulla sua cassetta delle poste, un addobbo natalizio, abbastanza prematuro per il mese di novembre, giorno sette.
In precedenza, Zonta, aveva contattato al bar di corso Trinità, Zicchi, un bonorvese trapiantato a Sassari che cercava di parlare, con alterne fortune, il turritano, ma cascava da tempo immemorabile negli stessi errori e tutti lo chiamavano “accuddìddu” ad ogni pie’ sospinto.
Pal si mise a ridere alla vista della ghirlanda, sia perché un’altra volta Ninetto si era distinto per inventiva, sia perché aveva la speranza di poter vendere, finalmente, quel bronzetto a forma di guerriero che aveva trovato una volta tra Sassari e Ossi, mentre, infrattàtosi con la macchina e una donna in campagna, aspettava, abbandonato dalla suddetta indignatissima signorina, che venisse il soccorso stradale col verricello per tirarlo fuori dai guai. Tra un improperio ed un augurio di mala sorte alla partner di turno, si addentrò nell’agro, e, prendendo a calci pietre ed ippocastani, scorse un involucro blu, ben curato e custodito. Dopo averlo scartato, con la sorpresa e l’ansia di un bambino che riceve un regalo di Natale, aveva visto che si trattava di uno di quei truci combattenti che si vedono raffigurati spesso come icona della Sardegna, color verde rame, e subito, impressionato da quello che poteva valere e con la testa ad Oaxaca, lo mise nel marsupio, spostando nel giubbotto cellulare e portafoglio, per non rischiare che, con un gesto inconsulto potesse spuntare la testolina incazzosa di quell’antico cattivone di bronzo.
Poi l’incontro con Zicchi che gli costò trenta euro di vinelli (sempre per non dare nell’occhio), e una sequela di psicodrammi da sopportarsi da parte del bonorvese paonazzo ed avvinazzato che parlava con il piglio di un politico ferito. Ma alla fine riferì la missiva a Ninetto.
Ed ora l’attesa.
Altro trillo: Ninetto gli scrisse che sarebbe dovuto andare dove prima c’era il Pavone, glorioso pub di Largo Pazzola, e toccare per tre volte al battente della porta: lo avrebbe aspettato lì dentro, sicuramente in penombra.
Si alzò, salutò, e sentendosi accompagnato alla porta dallo sguardo impertinente del barista, a mo’ di scherno, gli tirò per terra, sulla soglia, tre monete più piccole di un euro, cosa, questa, che gli fece sentire con la coda dell’orecchio un “cabbu d’àinu” con tanto disprezzo del barista, il quale comunque raccolse le monete e le mise nel bicchierone pieno di liquido verde con limone che galleggiava incerto. ‘Fuck off- rispose Pal altrettanto gentile.
Ripercorse il pezzo di via Università e scese a sinistra, dove la strada si allargava e diventa non proprio una piazza ma uno slargo. Riconobbe subito la porta, che spesso nelle sue ronde notturne aveva visto più grande e doppia, dall’alcool, e diede i tre colpi di battente. Ninetto era dietro la porta, appoggiato al passante per aprire e richiudere con un’azione fulminea.
-Allora Zonta, cosa porti?- disse già sapendo dell’articolo.
Pal rimase interdetto, ma con disperata forza, tolse l’oggetto dalla tasca del giubbotto e aspettava trepidante che Ninetto lo prendesse in mano e lo esaminasse con l’occhio esperto del tombarolo dilettante.
Per sopperire alla mancanza di luce, quel pancione, si era organizzato con una lampadina portatile da qualche watt, di quelle che di pinzano ai libri quando si vuole leggere dove non c’è luce, magari aspettando in macchina di essere imbarcati su un traghetto. Iniziò a guardarlo con cura, a tastarlo, a manipolarlo con perizia non sospetta, con una lente da Sherlock Holmes, alternando smorfie di dubbi a ghigni di soddisfazione. Ogni tre secondi, si inumidiva le labbra con la lingua, e così anche i denti superiori, devastati da ipernicotinismo.
Gli attimi sembravano anni luce per Zonta, perché dal responso di quel poco accomodante e viscido ciccione, dipendeva il suo futuro, e sapeva bene che, in caso di un nulla di fatto, sarebbe stato risucchiato nel vortice di quella mediocrità che era seguita alla fase “rey del mambo” vissuta qualche anno nella Spagna levantina. Era tornato nella tetra città che aveva visto i suoi momenti peggiori,pensava, solo per prendere la rincorsa e sparire una volta per tutte da quella cupa empasse, ed andare a Oaxaca. Iniziò a sudare, nonostante non fosse né caldo né umido, e anche le mani, in alcuni istanti, gli si bagnarono.
-Lo faccio vedere a Tittino- sentenziò Ninetto, riferendosi a Tittino “lu pòipu”, pescatore e tombarolo di Porto Torres- poi ti fozzu sabbe’.
Ora il sudore si trasformò in brina a Pal Zonta, perché lui e Tittino avevano una vecchia storia che ancora non avevano sistemato, e lui aveva torto marcio.
- Si però…
- Già non glielo dico, tranquillo – lo anticipò Ninetto, che conosceva l’argomento.
Si riabbottonò il giubbotto aspettando qualche cenno del compratore che riguardasse il prezzo di quel guerriero incazzoso, e puntualmente arrivò.
-allora, venti. Così è?
-trentacinque
-venticinque
-no, allora va bene trenta ma non un euro di meno
Il grassone sorrise contento di come aveva contrattato, e Pal sorrise a sua volta, pensando che per una scopata finita nel grottesco, trentamila euro era comunque una buona cifra.
-ma stai in zona, ché lui gira qua intorno
-va bien.
Pal uscì con un’azione altrettanto fulminea, e, messesi le mani in tasca, girò un paio di volte su sé stesso prima di capire cosa volesse fare.
L’orologio, quello buono della Cresima, lo guardò settanta volte in tre minuti, capacitandosi di quanto il tempo passi piano, quando si aspetta una risposta che può determinare le tue fortune o le tue sventure nel tempo a venire. E decise, dentro il suo animo, che comunque il tempo stesso, non era galantuomo come dicono, ma un gran figlio di vacca, un acerrimo nemico che era sempre pronto a metterti il bastone tra gli ingranaggi. Sputò per terra indignato e, se non avesse tenuto così tanto a quel Seiko che gli aveva regalato il padrino venticinque anni prima, lo avrebbe sbattuto al suolo con tutta la sua forza e calpestato in quanto, in qualche modo, fiancheggiatore del suddetto tempo. Fetente come sempre.
Poi cominciò la fase due, detta “delle allucinazioni sonore”: ogni tre secondi guardava l’inerme display del suo Star Tac, convinto di aver sentito il trillo del messaggio ricevuto, ma anche questa era pura suggestione da frenesia. Lo prendeva in mano, lo rimetteva in tasca, cambiava le impostazioni di suoneria del messaggio, metteva la vibrazione, tornava allo squillo predefinito. Ma il telefono rimaneva muto come un barbaricino omertoso.
La fase tre invece, era quella che lo faceva guardare intorno a guardare se, passeggiando per le strade, conoscesse qualcuno, per magari potersi fermare e scaricare con le chiacchiere la sua tensione da codice rosso: nulla, e il cellulare ancora muto.
Non sapeva se, quell’estenuante attesa, fosse da considerarsi un segno buono o un segno nefasto. Viaggiava col pensiero e cercava di immaginare cosa stesse facendo Ninetto: ora lo immaginava continuando a guardare il bronzetto, e ora indaffarato a toccare il culo della donna delle pulizie dopo aver accantonato, come non remunerativa, la proposta che Zonta gli aveva fatto. E poi la fase quattro: Ninetto aveva demandato l’incombenza di fargli la pelle a qualche sgherro torvo e col pelo sul cuore, visto che il bronzetto era autentico ma aveva deciso di non dare nulla a chi lo aveva portato a lui: tutte supposizioni che gli provocavano mal di testa e gastrite di cui lui era sempre pieno.
Le proiezioni mentali, altrimenti dette seghe mentali, erano la specialità di Pal, vuoi perché aveva una velocità di pensiero elevatissima, vuoi perché, i casini che da solo si era procurato, non erano riusciti a togliergli quell’infinito desiderio di sognare una vita migliore, decente. E ormai aveva anche abbassato le pretese, sognando ormai solo di poter sopravvivere in compagnia di Claudia, che non era la sua donna ma che frequentava molto spesso e reputava interessante. Sognava di essere con lei, proprietario di una mediocre taverna italiana, lui a fare il cuoco e lei in sala, lui che guardava quanti clienti ci fossero nella sua bettola e lei…..TRILLO DI TELEFONINO.
Col cuore in gola, Zonta aprì lo Star tac, premette il pulsante per leggere il telefonino, sospeso nel vuoto temporale, in attimi che per lui potevano essere durati anche quanto ere geologiche, e, dopo un mesozoico e un cretaceo, lesse la risposta sgangherata di Ninetto:
“nulla da fare, non è buono. Te l’o lascio (scritto così), sotto il sedile della tua Tipo. Ciao alla prox”.
Ora Pal, nonostante il vento gelido che sferzava in via Università, sentì un gran caldo dentro di sé, una rovente delusione, il cazzotto di un super-massimo sulla sua mascella di vetro con lui senza guardia, con le braccia basse, stanco di difendersi dalle bordate che sembravano blocchetti da tremila chili. Poi seguì un altro vuoto temporale, con la colonna sonora di un disco che, nel pieno della canzone, si ferma perché qualcuno ha staccato la corrente, fino a far sentire solo il rumore della puntina che inchioda sul vinile.
Tutto finito. Male.
Decise di andare a bersi un altro vino, più economico, o magari tre o quattro, perché di fame non ne aveva, e di combattere ad armi pari, faccia a faccia, gastrite ed emicrania. Scelse un zilleri di via Università che esisteva da quando Gesù Cristo era ancora falegname nella bottega di San Giuseppe. Un vino settanta centesimi gli sembrò un buon prezzo per una medicina dell’anima, e ne ordinò, e bevve, subito due di fila per farsi arrivare il terzo in rapida sequenza. Stava già un po’ meglio, e conosceva per averle provate, le proprietà taumaturgiche del vino rosso, che spesso era stato il suo unico compagno nei momenti tristi, e ce ne erano stati, di momenti tristi in quegli anni bui.
A quota sette, sentendo la gastrite chiedere il conto, decise di chiederlo anche lui. Quattro e novanta, cinque con la mancia. O forse l’arrotondamento che è spontaneo quando, costando la mercanzia così poco, viene tacitamente preteso.
Le sue gambe non obbedivano al cervello non rispettando le di lui volontà. Voleva andare alla macchina ma, con una situazione degna del miglior Menenio Agrippa, le sue gambe non collaboravano, nemmeno per le balle!
Alla fine si impose di alzarsi e si trascinò, lento e pieno di pietà verso sé stesso, all’auto, che qualcuno aveva pensato bene di offendere nella fiancata, lasciando un biglietto sul parabrezza che lui nemmeno lesse, e buttò per strada dopo averlo appallottolato.
Se avesse avuto la forza di quel guerriero di bronzo merdoso- pensò-, avrebbe appallottolato anche lui, colpevole di avergli procurato disattese illusioni. Decise di provarci. Mise la mano sotto il sedile, toccò una busta stranamente soffice, la portò sul suo ventre piegato sul sedile, e la aprì. Qualcosa non quadrava, perché ciò che c’era sotto la carta blu di un tovagliolo da trattoria, non era di certo un guerriero di bronzo.
Altra ventata di caldo, torrido, ghibli del deserto.

Contò i soldi che Ninetto gli aveva lasciato, a cento a cento: mancavano cinque euro per arrivare a trentamila, ma c’era un foglietto chiarificatore: “non mi vorrai mica far pagare le batterie che ho consumato per vedere il tuo cazzo di bronzetto? Ciao Zonta, buona fortuna.”
Ninetto non era solo un burlone e un accattone, ma anche un discreto pigliainculo.

Messico, a noi.

 

Commenti

 

Terracenere - Domenica, 15 Marzo, 2009 alle ore 20:32:45

commento: finale non scontato anche se non mi è chiaro come, entrando in macchina, decide di mettere le mani sotto il sedile...

La frase "...nove sanguinosi euro..." ha un non so che di fantozziano, mi ricorda quando il Duce Conte Semenzara si appropria della vincita al casinò (Con quella somma insanguinata il Semenzara pote` pagarsi il conto della suite al GrandHotel, gli extra, due puttane, e il singolo in vagone letto per il ritorno...)

 

Rita - Sabato, 16 Agosto, 2008 alle ore 15:59:06

commento: molto bello... particolare e interessante lo Zonta come personaggio meriterebbe di essere sviluppato nella sua vita di disillusione e alterne fortune... besos

 

Baggio - Sabato, 19 Aprile, 2008 alle ore 23:26:21

commento: Molto bello e avvincente. Interessante la descrizione accurata dei vicoli della Sassari vecchia che sembra quasi dipinta dall`autore. Interessanti anche alcuni tratti un po` autobiografici del Zonta....!

 

Cristinox - Mercoledi, 9 Aprile, 2008 alle ore 08:55:45

commento: Che bel lessico questo racconto. e che dettato scorrevole. L'autore adotta con saggezza l'arte allusiva e non risparmia una velata ironia che rende più gustosa la lettura. La cura dei dettagli trasforma il racconto in una piccola enciclopedia utilissima. Tra vino e sigarette ci sentiamo un po' tutti Pal Zonta