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Amavo un uomo

di Niccolò Matcovich

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Amavo un uomo,  e lo amo ancora, poiché solo una volta si ama nella vita. Ricordo di averlo sposato. Ed egli mi guardava, freddo, distante, come statua romana.  Ricambiavo lo sguardo, sofferente, malinconica, innamorata. Al mattino si alzava, si vestiva, si aggiustava la cravatta e mi guardava. Ed io ero dentro il letto, nuda, e gli lanciavo pensieri e speravo risposte. Perché il mio corpo di donna non lo gradiva? Perché non lo attraevano i miei seni rotondi e minuti? Restavo inerme sotto il lenzuolo, coperta dalle lane per proteggere la mia vergogna. E quegli usciva, e mi guardava, e salutava chinando appena il capo. Così ogni volta aspettavo un’ora nella stessa molle posizione, sperando ch’egli tornasse da me, per me, a darmi anche solo un bacio sulla fronte, sulla nocca della mano. Vano. Vano era il mio aspettare e il mio sperare; non tornava mai, se non la sera stanco ed imponente. E così lasciavo trascorrere un’ora a fissare immobile la porta, finché perdevo ogni illusione e m’alzavo anch’io, ancora nuda, ancora donna. Coprivo i seni con una vestaglia e mi sedevo di fronte al legno d’ebano cupo e solitario: scrivevo. Narravo sempre di una donna, che correva ininterrotta in un prato di fiore, con tante testine gialle che accoglievano la molle impronta dei suoi piedi. E questa donna danzava, ed era nuda, e respirava fiori e beveva aria. E ai suoi piedi cadevan silenziose le sue lagrime, raccolte come nutrimento dalla terra fredda. E il cielo era terso, con un sole raggiante e fulgido che scaldava la vita. E c’era anche una nuvola, una sola, ed era grigia ed era nera, e stava lì nel suo angolino di cielo, immobile, solitaria, senza utilità alcuna. E guardava. Guardava la donna che correva e piangeva e danzava. E qualche volta scendeva una lagrima di pioggia dal cielo, e nessuno si domandava il perché. Ed io scrivevo per me, per me sola, e per la donna che era in me e che danzava nei miei fogli.
Una mattina egli si alzò, ed io non mi svegliai. Aveva intuito il mio segreto, e s’appressò al legno d’ebano cupo e solitario; lesse e pianse lagrime d’amore. Era in me che l’aveva trovato, non nel mio nudo corpo di donna. Singhiozzò e mangiò. Una per una si mise in bocca le mie carte e mandò giù, fino ad esserne saturo, fino ad esserne ucciso. E così mi svegliai, e lo trovai seduto, il capo chino sul legno. Era morto; parole d’amore lo avevano straziato. Ed io lo carezzai, e lo baciai, e lo guardai e sorrisi e piansi silenziosamente. Egli era morto; io ero colma d’amore; la donna danzava.

 

 

Commenti

 

Da: maurizio m ferrante - Lunedi, 11 Febbraio, 2008 alle ore 12:56:36

commento: In quest'epoca di sentimetalismi e buonismi, l'amore che uccide per vivere è un buon corroborante. E anche la letteratura, le parole, devono farsi cattive. Bello il finale: antichi ricordi, dioniso, le baccanti. Una piccola favola che termina con un pugnale conficcato negli occhi del lettore.