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L’airone gentile

di Niccolò Matcovich

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Posava elegante davanti a me, l’airone gentile. Il suo occhio curioso e attento mi scrutava con diffidenza. Guardavo ammirato il suo ricco piumaggio. Con il suo grande iride, stando fermo sulle zampe e mostrandomi il suo maestoso profilo, seguiva attentamente ogni mio movimento. Teneva le zampe nell’acquitrino, e di rado immergeva il becco di quell’arancione forte dentro l’acqua melmosa, forse illudendosi di trovare nella fanga qualche pesce da divorare. Io ero lì, immobile, poco distante da lui, e lo ammiravo, in tutti i gesti che compiva. I miei grandi occhi, tondi come nocciole, fissavano i suoi. Una sorta di segreta complicità si era creata tra me e lui. Decisi di avvicinarmi, e lentamente mossi i primi passi. Continuavo a fissarlo, affascinato da quel ricco piumaggio e da quello sguardo che sembrava invitarmi ad accarezzarlo, o anche soltanto sfiorarlo. Immersi i piedi nell’acqua lorda di fango, senza curarmi di tutto ciò che mi stava attorno; pensavo solo a lui, alla sua bellezza. Quando giunsi non molto distante da dove posava immobile, l’airone mosse appena le zampe, come se tutto quel perfetto equilibrio si fosse improvvisamente spezzato. Non capivo se intendesse volar via, o soltanto accogliermi con dignità. Continuai ad avanzare verso di lui, e mi accorsi che ancora una volta si era fermato; e adesso era lì, nuovamente immobile, nuovamente mostrandomi il suo splendido profilo. Pochi passi oramai ci dividevano. I nostri sguardi erano ancora puntati l’uno verso quello dell’altro. Istintivamente allungai il braccio e apersi la mano, dirigendola verso il suo essere. Potevo toccarlo, e lo feci: lo accarezzai con delicatezza, e sentii il calore del suo corpo unirsi con il mio. L’equilibrio non si era spezzato; adesso eravamo lì, vicini, l’uno accanto all’altro. Tutto intorno il silenzio. Quel breve momento divenne per me un’eternità. Scoprii la sua essenza, e lui la mia. D’un tratto mi accorsi che non mi guardava più; aveva gli occhi chiusi. Subito li riaprì, ma questa volta il suo sguardo era cambiato. Gli occhi erano lucidi: piangeva. Mi toccò a tal punto la reazione, che anch’io iniziai a piangere. Non era un pianto di dolore, né tantomeno di tristezza; era un pianto di emozione e di tenerezza, che mi spingeva a toccarlo più forte, e ad abbracciarlo, ma l’airone gentile spiccò il volo, lasciando cadere una lagrima sulla mia mano. Si librò nel cielo azzurro, ed io lo guardai scomparire lontano. Tutto quanto era finito. L’airone non lo rividi mai più.