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Viaggio nel Paese dei Draghi

di Ilaria Brambilla

 

Arthur era un folletto come tanti altri, dalla pelle verde acceso e due orecchie a punta molto buffe; viveva nel paese di Greenriver,  dove la fonte principale di vita era la vendita di erbe medicinali da loro prodotte.
Anche Arthur sognava un giorno di fare viaggi in Paesi lontani per vendere le loro pregiate merci, ma per il momento era ancora troppo piccolo.
Era orfano, e l’unico membro della sua famiglia che gli era rimasto era il suo vecchio nonno Yorm.
Egli gli spiegava tutto ciò che era necessario per fare il mercante di erbe medicinali, dato che in tempi lontani anche lui aveva praticato questo importante lavoro.

Purtroppo un giorno il nonno di Arthur si ammalò: nonostante tutti i dottori del villaggio l’avessero visitato, ciascuno aveva detto che era grave e l’unico modo per salvarlo era andare nel pericoloso Paese dei Draghi e prendere il sangue del loro capo: il Drago d’Oro.

Arthur non sapeva cosa fare, ma vedendo il nonno stare così male, decise che sarebbe andato lui stesso nel Paese dei Draghi.
Prima di partire andò a chiedere il permesso agli anziani del villaggio, che gli diedero un medaglione che gli avrebbe indicato la strada.
Arthur partì immediatamente, prendendo solo uno zaino con qualche provvista, sapendo che lungo la strada avrebbe comunque trovato frutti commestibili.

I folletti compiono la maggior parte dei loro viaggi a piedi, ma quando si tratta di rotte lontane, come quella che doveva intraprendere Arthur, utilizzavano un particolare mezzo: le farfalle.
Il nonno Yorm ne aveva regalata una al nipote circa due mesi prima, si chiamava Ely.
Arthur saltò in groppa alla sua farfalla e partirono.
Per arrivare alla terra dei Draghi dovevano oltrepassare tre ostacoli: il primo era la Terra dei Solitari, dove vivevano i folletti esiliati e lì confinati.
Non fu difficile sorpassarlo, perché Ely volava in alto ed era impossibile vedere lei ed Arthur.

Il secondo ostacolo era oltrepassare un cancello d’oro: sembrava la prova più semplice, ma invece si rivelò molto complessa.
Il cancello non si poteva sorpassare in volo, perché c’era una barriera magica altissima e l’unico passaggio era un portone sorvegliato da due elfi.
Arthur chiese loro di poter passare, ma gli elfi risposero che il cancello si poteva aprire solo se risolveva il seguente indovinello:

questa cosa ogni cosa divora,
ciò che ha vita, la fauna e la flora,
i Re abbatte e così le città,
rode il ferro, la calce già dura,
e dei monti pianure farà.

Arthur era disperato perché nonostante si sforzasse, non riusciva a risolvere il rompicapo.
Si sedette per riflettere e guardò il cielo: una nube oscura e carica di pioggia stava comprendo il sole.
Infuriato esclamò: “Ora arriva anche il brutto tempo!”.
Sgranò gli occhi: quella parola, “tempo”, risolveva tutti i quesiti che l’indovinello poneva; era riuscito a risolverlo!
Si girò e vide che i due elfi erano spariti ed il portone era aperto: senza aspettare un secondo di più saltò in groppa ad Ely ed attraversò il cancello.
Rimaneva solo l’ultimo ostacolo.
Quando giunse nel luogo in cui doveva superare la prova capì subito di cosa si trattava: un labirinto.
All’entrata c’erano altri due elfi che senza dire una parola, presero Ely e la condussero per un passaggio che si richiuse subito alle loro spalle.
Arthur non li fermò, aveva capito che doveva andare da solo.
Appena entrato, anche la porta che aveva appena passato si richiuse alle sue spalle con un cigolio sinistro.

Svoltò l’angolo e vide qualcosa per terra: era una tomba e sulla lapide c’era il nome di suo nonno!
Un senso di terrore invase il corpo di Arthur, che cambiò subito direzione, ma un’altra immagine stava apparendo davanti ai suoi occhi: stavolta rappresentava lui, tutto insanguinato e stretto nelle zampe del Drago d’Oro.
Arthur fu preso dal panico e si mise a correre senza sapere dove stesse andando.
Si fermò e chiuse gli occhi, pensando a come fare per uscire da lì.
D’un tratto si ricordò del medaglione che gli avevano dato gli anziani del villaggio e gli venne un’idea: strappò un pezzo di tela dalla sua maglietta e si bendò gli occhi.
Dato che il medaglione quando lo guidava prendeva la forma di una freccia che poteva andare verso destra, verso sinistra o dritto, ad Arthur bastava toccarla per sapere dove andare.
In più, avendo gli occhi bendati, non vedeva le immagini che rappresentavano le sue paure.
Nonostante cadde molte volte inciampando od andando a sbattere, finalmente sentì che la pietra si scaldava: voleva dire che era vicino all’uscita.
Finalmente sentì i caldi raggi del sole sulla pelle: si scoprì gli occhi e vide che era fuori dal labirinto.
Notò che in più punti si era tagliato a causa delle molteplici cadute e così si medicò con il particolare nettare del Fiore del Paradiso.

Vide inoltre che a pochi passi c’era Ely ad aspettarlo: Arthur saltò in groppa alla sua farfalla ed insieme partirono per il pericoloso Paese dei Draghi.
Sorvolando il luogo in cui vivevano i draghi, Arthur si accorse che non c’era un filo d’erba: la terra era brulla e arida, non c’era altro che una pozza d’acqua fangosa mentre a Greenriver scorreva un fiume dalle acque cristalline.
Atterrarono davanti alla caverna indicata dal medaglione ed Arthur vide una bestia immensa dalle scaglie dorate: il Drago d’Oro.
Stava dormendo e per un folletto era un’occasione perfetta per ucciderlo, ma Arthur non lo fece: come poteva uccidere un essere così bello?

Nonostante sapesse che era pericoloso, decise che avrebbe fatto un piccolo taglio nella zampa del drago e dopo aver raccolto qualche goccia di sangue, sarebbe fuggito con Ely.
Arthur poco dopo si trovò a volare, con il Drago alle calcagna, il vento che gli fischiava nelle orecchie, nelle mani la preziosa boccetta contenente il sangue del drago.
Non era difficile scappare, perché sapeva che una volta attraversato il confine, i draghi non potevano spingersi oltre grazie ad una barriera di protezione.

Arrivò finalmente a Greenriver e corse alla sua capanna, dove vide il nonno che stava malissimo.
I dottori gli fecero bere il sangue del Drago d’Oro e dopo qualche minuto nonno Yorm era in piedi ed abbracciava il suo coraggioso nipote.

Dopo quest’avventura, Arthur realizzò il suo sogno: divenne la mascotte dell’A.C.E.M (Associazione del Commercio di Erbe Medicinali).

Ilaria Brambilla

 

Commenti

VeroTH'95 - Domenica, 19 Aprile, 2009 alle ore 15:18:47

commento: Bello, davvero bellissimo! Mi è piaciuto 1 sacco! Complimenti!

 

giacomo - Mercoledi, 9 Aprile, 2008 alle ore 15:16:44

commento: una storia piccola e molto bella. complimenti per la sua genialità nel creare una piccola storia, anche banale,ricca di emozioni