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L'eremita

di Chiara Cancellario

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Rectina ebbe la notizia dell’eruzione qualche giorno dopo.
Si affacciò alla finestra della sua bella villa sulla collina e guardò la vallata. Il sole calante rendeva tutto più mite, più bello; il cielo era diventato rosso e la prima stella della sera appariva da dietro una nuvola.
Pensò di essere fortunata ad essere lì, ancora viva, ad osservare quel tramonto.. ma si fece scappare una lacrima per Plinio, ora sepolto dalla lava.
Quell’uomo era diverso dagli altri uomini.. forse troppo.. la sua curiosità gli era costata cara.
Ingoiò quel groppo che aveva alla gola e ordinò alla sua ancella di prepararle il bagno…

La prima volta che vidi l’eremita era un pomeriggio invernale piuttosto freddo. Avevo deciso, con un amico, di fare una passeggiata in montagna, per trovare un po’ di riposo dalle fatiche universitarie e per ascoltare finalmente un po’ di silenzio ed evadere dal grigiore della città.
Stanchi per il lungo cammino, decidemmo di chiedere rifugio nella chiesa di S. Maria in Casalpiano.
Arrivati sul posto, ci venne incontro l’eremita.
Era piuttosto basso, e le maglie che usava per coprirsi dal freddo pungente lo facevano apparire più grasso di quello che è in realtà.
Aveva una lunga barba nera, rigata da qualche ciocca bianca. I suoi occhi erano grandi e sereni, come quelli di un santone orientale, la bocca piccola e sottile.
Il suo passo era tranquillo, camminava piano con le mani dietro la schiena. “Giuseppe”, si presentò.
Vedendoci infreddoliti e stanchi, ci fece accomodare tra i banchi della piccola chiesa di S. Maria.
“Per me la pulizia è importante- disse Giuseppe tenendo gli occhi bassi- “la pulizia dell’ambiente dove vivi rispecchia la pulizia dell’anima..”
La mia attenzione si concentrò su due icone apposte a due colonne della chiesa.
Erano piuttosto grandi, raffiguravano i due arcangeli.
I loro volti erano composti, avevano un modo di fare delicato e armonioso. Non riuscivo a togliere gli occhi da quelle immagini.
“le ho fatte io, mi disse Giuseppe, ringrazio Dio perché mi ha permesso di farle senza conoscere alcuna tecnica.
Se vuoi, puoi venire a vedere il mio laboratorio. Ora vi lascio soli, è il momento della mia preghiera; gli orari sono importanti, senza orari non potrei vivere la vita che ho scelto.
Vi potete sistemare, per stanotte, nel locale a fianco degli scavi. Ci vediamo più tardi”
“ mi racconti la tua storia?” chiesi io presa da una grandissima curiosità.
“ti avverto, è una storia lunga, bisogna avere pazienza” .
E salì nella sua casa passando per una porta nascosta dietro un crocifisso.
Rimanemmo ancora un po’ seduti li, in silenzio; io sentivo che quella persona, in qualche modo, mi avrebbe insegnato qualcosa; mi avevano colpito la sua serenità e la sua calma. Che avesse trovato quella pace interiore di cui tanto sentivo parlare? Il mio amico, invece, era un po’ dubbioso, non convinto da questa persona. Non ne fui meravigliata, perché conosco bene il suo carattere, troppo duro verso gli altri e verso se stesso.
Stava calando il buio quando uscimmo dalla piccola chiesa. Preparammo la cena e sistemammo i sacchi a pelo dove ci era stato indicato.
Dopo cena arrivò Giuseppe.
Si sedette accanto a me e mi guardò con i suoi occhi sereni.
“sono di un paesino del basso Molise, dimenticato dal mondo, e sconosciuto a molti. La mia è una famiglia normalissima, sicuramente simile alle vostre; io, invece, mi sono sempre sentito stretto nel mio paese, pensavo che la mia vita fosse altrove, odiavo quei luoghi comuni, quelle superstizioni e quella mentalità che caratterizza i paesi piccoli, popolati per lo più da anziani.
Questo mio spirito di contraddizione mi portò a scappare per ben sei volte di casa, a fare il giro del mondo e a frequentare cattive compagnie.
La maggior parte dei miei compagni era tossicodipendente, spacciava o era comunque in un brutto giro. Non so cosa mi abbia trattenuto dal drogarmi, forse la paura di diventare come loro, con gli occhi gonfi e il cervello in panne. Avevo anche una ragazza, si chiamava Alice, le volevo molto bene. Purtroppo morì in un incidente stradale. Questo avvenimento mi portò ad essere triste, insoddisfatto sempre di più della mia esistenza; ero come diviso in due, volevo cambiare ma qualcosa mi bloccava, forse la paura dei giudizi dei miei compagni, forse la paura che una mutazione radicale del mio modo di essere sarebbe stata difficile e fallimentare. Lo stimolo a cambiare, mi venne durante un viaggio. Ero sul treno che mi stava riportando a casa dopo una gita con degli amici. Mi ero addormentato un po’, quando mi apparve davanti agli occhi una luce abbagliante, e dietro di essa, confusa, la figura di un uomo che aveva nel suo aspetto sfocato qualcosa di divino; si avvicinava a me con passo sicuro, e con la mano mi toccava la spalla.
In quel bagliore intravidi un sorriso.
Mi svegliai sudato e spaventato, non sapevo distinguere la mia visione dal sogno o dalla realtà. Ero sicuro, però, che quello era un segno, la spinta che aspettavo per cambiare la mia esistenza.
Volevo riempire in qualche modo il mio vuoto interiore, capire in cosa consistesse quella incessante e disperata ricerca che portavo avanti da quel giorno della mia adolescenza in cui scappai per la prima volta di casa.
Fu così che, convinto di aver ricevuto una sorta di vocazione, entrai in seminario. Ma neanche quella era la mia strada e, per vari motivi, lo lasciai per intraprendere questa vita solitaria che sto conducendo ancora oggi.
Fui colpito dalla storia di questa località. Pare che la villa romana che è stata ritrovata, appartenesse ad una certa Rectina, amante di Plinio il vecchio. Immaginate questo posto come doveva essere nell’età romana, immaginate lei alla notizia dell’eruzione.. questo posto non lo conoscono in molti, eppure è ricco di storia; credo che, come unico abitante, devo impegnarmi a farla conoscere alla gente.”
Io ero stata letteralmente catturata dalle parole di Giuseppe. Mi misi per un attimo nei suoi panni: sarei mai stata capace io, di vivere sola, in cima ad una collina, senza vedere nessuno, senza ricevere informazioni sul resto del mondo?
Giuseppe ci diede la buonanotte e andò a dormire. Si era fatto tardi, avremmo chiacchierato un altro po’ il giorno dopo.
Non dormii molto quella notte, mi vennero in mente tante domande da fare a questa persona. Come aveva vissuto lì, solo, il terremoto dello scorso anno? Qual era la sua posizione a proposito dello stato di guerra che attraversa il mondo?
Il mattino dopo, mentre il mio amico dormiva, entrai nella chiesa. Lo trovai inginocchiato ai piedi dell’altare con il capo chino e un atteggiamento di profondo rispetto.
Aspettai in silenzio in fondo alla navata, osservando la chiesa.
Finita sua la preghiera, mi diede il buongiorno sorridendo e io gli rivolsi le mie domande.
Mi disse che sapeva della guerra, ma non leggeva giornali. Il terremoto lo aveva spaventato, ma aveva reagito aiutando gli abitanti del paese.
“Non credevo che il suo isolamento consistesse anche nel tenersi poco informato sui fatti del mondo”, gli dissi con un po’ di delusione, “stiamo vivendo un momento storico particolare, e la sua condizione, in questo caso, mi appare come un fuggire dal mondo e dalle sue brutture”
“Non è proprio così, rispose, ammetto che non mi informo in maniera costante, ma come molte altre persone desidero la pace, desidero che l’odio che ricopre il mondo sparisca e che si arrivi ad un compromesso percorrendo la strada della democrazia.
So che il mio pensiero è comune a quello di tanti altri, e il mio impegno consiste nella preghiera costante.”
Non mi meravigliai particolarmente, in un certo senso mi aspettavo quella risposta.
Sapevo per certo che la sua non era superficialità o distacco completo, era solo un modo diverso per affrontare i problemi del mondo, come se volesse in qualche modo interiorizzarli e per poi rifletterci su nella più completa solitudine.
Era quasi arrivato il momento della partenza. Il mio amico aveva già preparato lo zaino e mi rivolse uno sguardo inquisitore “Dov’eri?” disse fra i denti. Gli risposi con un sorriso e mi preparai per andar via.
Sentivo una sensazione di sollievo interiore; ero contenta dell’incontro che avevo fatto e di aver scoperto quel posto stupendo, dove regnava quella pace che è difficile da trovare.
Tornai a salutare Giuseppe. Stava dipingendo un’icona ed aveva il viso sporco di pittura dorata.
Mi salutò dicendomi che ci saremo sicuramente rivisti, che sarei potuta sempre tornare e che mi avrebbe accolto con gioia, facendomi trovare qualcosa di caldo.
Gli dissi che sarei sicuramente tornata, volevo approfondire la storia del posto.
Detto questo, misi lo zaino sulle spalle e mi avviai con il mio amico per il sentiero che mi avrebbe ricondotto a casa.

 

Commenti

 

piero angelo perrucci - Venerdi, 7 Agosto, 2009 alle ore 19:32:11

commento: Per qualsiasi circostanza, possiamo esser portati, sì portati adstaccarci del mondo etrovare, il meglio. Se il Meglio lo abbiamo trovato in noi stessi forse succede qualcosa nel nostro mondo interiore, giustamente interiorizzato, nell'unità si esprime la solitudine del singolo. Il Racconto condisce qualche virtù a discapito di molti peccati.   pierangelo

 

domenico - Giovedi, 9 Ottobre, 2008 alle ore 17:51:59

commento: Il racconto mi fa rivivere sempre di più il desiderio di abbandonare la mia città, in atto sto valutando la scelta
di fare una vita da eremita, tenuto conto di quello che la vita mi ha riservato giunto alla eta di 58 anni,
la perdita di un figlio di età 18 anni,
e un dolore indescrivibile per il modo
dell'evento, e l'assenza di una giustizia, e non vendetta.
un grosso abbraccio in Cristo Gesù'.