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Countdown

di Massimo Acciai

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È piacevole viaggiare in treno in questa stagione, soprattutto in compagnia di Damara e del nostro amico Rolando. Quella volta in particolare l’aria è così limpida che potevamo vedere le montagne – pure lontanissime – profilarsi con contorni netti e tinte accese oltre i campi e i boschi. Il sole primaverile riscaldava la terra e il vetro a cui appoggiavo la mano per saggiarne il tepore. Anche noi eravamo sereni e ci godevamo la campagna ed i suoi colori.
Non ricordo esattamente come finimmo a parlare di Mebön. Mi pare che questo nome uscì dalle labbra da Rolando, instancabile viaggiatore, che raccontò di aver sentito un’imprecazione pisana (“deh, ‘na sega!”) risuonare all’improvviso in un villaggio sperduto della Lapponia.
Il viaggiatore con cui dividevamo lo scompartimento, fino a quel momento taciturno, sì unì alle nostre risate e poi alla conversazione. Era un signore sulla cinquantina, in giacca e cravatta, che aveva tutta l’aria del testimone di Geova. Se fosse stato in compagnia dell’immancabile “fratello” (come gli apostoli vennero inviati a due a due…) ne avrei avuto la conferma, invece viaggiava solo e non sembrava avere con se opuscoli o bibbie. Sfogliava con scarso interesse una rivista scritta in una lingua sconosciuta – quello era stato il dettaglio che aveva catturato all’inizio la mia attenzione sul nostro compagno di viaggio – e guardava spesso e con impazienza l’orologio. Damara pareva proprio avermi influenzato con le sue osservazioni deduttive da investigatrice, ma ero un pessimo allievo perché non sapevo spingermi oltre.
- Lei è stato a Mebön? – chiese il tipo, incuriosito, con accento decisamente straniero.
Rolando annuì e si lanciò nei ricordi di un’estate insolita.
- Sapevate che non è sempre stato il villaggio insignificante che è adesso? – lo interruppe il nostro viaggiatore, che sembrava fremere dalla voglia di raccontare una storia conosciuta a pochi. Infatti la storia seguì immediatamente alla nostra risposta negativa.
Pareva che, in tempi remoti, il piccolo villaggio nordico di Mebön (mai sentito prima di quel viaggio in treno) fosse una città di una certa importanza, molto sviluppata rispetto agli altri centri abitati dell’epoca, prima dell’arrivo dei nomadi lapponi. Il racconto non sembrava particolarmente interessante – la solita tirata sulle alterne fortune che la Storia dona e toglie – a parte un curiosissimo particolare: il modo di contare gli anni, certamente il più insolito e misterioso che avessi mai udito. Questo conto degli anni era sopravvissuto fino a tempi recenti, all’inizio del secolo scorso, quando la Civiltà occidentale era arrivata anche lassù.
- Come sapete – ci disse in un perfetto italiano molto fluido, tradito solo dall’accento – generalmente ogni civiltà ha contato gli anni a partire da un evento significativo come la fondazione di una città, la nascita di un personaggio straordinario, eccetera, per cui gli anni precedenti tale “anno uno” sono indicati quali “avanti…”. Il sistema di calcolo degli anni viene introdotto un certo tempo dopo l’Evento in questione (anni, decenni, secoli o persino millenni). Il calendario di Mebön costituisce un’eccezione. Fino a due secoli fa si contava quanti anni mancavano al Tead, come se all’epoca di Giulio Cesare si fosse scritto sui documenti, ad esempio, “50 avanti Cristo”.
Pensai che quel signore ci stesse prendendo in giro, o che fosse matto. Rolando invece, da esperto linguista, sembrò trascurare quel “piccolo” particolare per concentrarsi sul significato della parola “teàd”.
- Non avevo mai sentito questo termine – disse – e sì che ho studiato tutti i dialetti lapponi della zona.
- Lo credo bene – rispose il tipo, con un sorriso comprensivo – oramai i mebönesi attuali hanno dimenticato la storia del loro popolo, poco conosciuta tra l’altro anche agli studiosi. Sentir dire oggi che siamo nel 153 “dopo tead” suonerebbe più bizzarro della curiosa imprecazione pisana che ha sentito da quelle parti!
Non riuscivo più a trattenermi
- Però – esclamai incredulo – dire “siamo nel 153 avanti teàd” non sarebbe suonato bizzarro??
- Assolutamente no.
- Un calendario… alla rovescia!
- Ma da dove viene questo modo così strano di contare gli anni? – domandò Damara, anticipandomi.
- Si dice che in tempi remoti il governatore della città abbia fatto un sogno così strano che chiamò subito i suoi consiglieri per farselo interpretare. All’epoca i sogni erano tenuti in particolare conto e saperli interpretare era una delle capacità richieste a chi ricopriva certe cariche. Nessuno dei saggi riuscì però a capirne nulla…
- Cosa aveva sognato? – domandai.
- Nessuno lo sa. Questo la leggenda non lo dice. Comunque nessuno riuscì ad interpretare il sogno, così furono interpellati maghi e personalità eminenti dai paesi e città vicine. Si fece infine avanti uno straniero, qualcuno dice proveniente da un altro mondo, che chiese di poter parlare col governatore. Fu accolto con diffidenza ed insieme con timore (il suo aspetto non doveva mettere a proprio agio le persone) ma gli fu concesso l’incontro. Lo straniero, che a seconda delle versioni della leggenda era un mago o un cavaliere o un principe proveniente dai ghiacci eterni, chiese di poter parlare in privato col governatore. Di malavoglia i consiglieri e le guardie dovettero lasciare la stanza. Non si sa cosa si dissero. Quando il governatore riaprì i portoni lo straniero era scomparso. Doveva aver certo fatto qualcosa di miracoloso, di soprannaturale, per convincere il governatore, conosciuto come un uomo scettico, con i piedi per terra. Da allora non fu più lo stesso uomo. Varò una serie di grandi riforme, tra cui appunto quella del calendario. Non fu facile imporre alla popolazione un calendario così bizzarro, senza alcuna motivazione, ma nemmeno impossibile: all’epoca non si discutevano troppo gli ordini dei regnanti, per quanto assurdi. Così la gente iniziò a contare gli anni che mancavano ad un misterioso evento chiamato “tead”, di cui poi si è persa la memoria. Era il 2196 avanti tead.
Alla fine del racconto seguì un imbarazzante silenzio che ruppi, dopo qualche attimo.
- Quanto tempo è passato da allora?
Il viaggiatore ci guardò con un sorriso enigmatico.
- Esattamente 2349 anni.
- Dunque – proseguii io, dopo aver fatto qualche rapido calcolo a mente – nel 1854 deve essere successo… questo misterioso “tead”.
- Cosa è successo in quell’anno? – domandò Rolando, che fino a quel momento aveva seguito con scarso interesse – Non mi pare che sia avvenuto qualcosa di particolare da quelle parti…
- Questa è la cosa più misteriosa, naturalmente per chi ama le ipotesi misteriose – concluse il viaggiatore – non è successo nulla, o se qualcosa è successo se n’è persa del tutto la memoria. Arrivato l’ “anno primo dopo tead” gli abitanti di Mebön, che si era già ridotto ad un oscuro villaggio in territorio finlandese, continuarono a contare gli anni… nel verso giusto diciamo. Poi cadde in disuso anche quel calendario, dopo appena mezzo secolo. Aveva resistito per più di ventitré secoli, un record per così dire.
Altro silenzio imbarazzante, rotto stavolta da Damara.
- Beh, il fondo i calendari non sono basati tutti su convenzioni? Che si tratti di fatti realmente accaduti o meno, a fini pratici non è molto importante. Certo, deve essere un po’ scomodo contare gli anni al contrario… ma suppongo che anche quella sia una questione di abitudine.
La sua conclusione mi parve prosastica ma carica di buon senso. Mi trovavo d’accordo. Certo, la storia era molto insolita e aveva qualcosa di quelle religioni millennaristiche che non sono mai passate di moda. Rolando invece sosteneva che un po’ di mistero non guasta mai e che anzi se ne poteva trarre materia per un racconto.
Il nostro viaggiatore sorrise benevolo. Il suo racconto ci aveva accompagnato fin quasi alla nostra meta, ma lui scese alla fermata prima. Ci salutò nella luce irreale del tramonto, con i suoi modi distinti, augurandoci buon viaggio. Chissà chi era; forse un antropologo o uno studioso di folklore. Non gli avevano chiesto nemmeno come si chiamasse o quale fosse la sua nazionalità.
Quando il treno ripartì, dopo pochi attimi di sosta, notai che il nostro simpatico straniero aveva dimenticato una valigetta sul ripiano per i bagagli. Mi affacciai al finestrino, ma il proprietario era già scomparso.

 

Massimo Acciai

Firenze, 28-29 aprile 2007

 

Commenti

 

vale1968 - Giovedi, 6 Marzo, 2008 alle ore 16:28:06

commento: E' il secondo racconto che leggo di Massimo Acciai (il primo è "La capsula"), sono belli, avvincenti, ma... inconcludenti.
Possibile che non ci sia il finale?