Menù principale

Racconti

Poesie

Pittori

Sculture

Musicisti e cantanti

Foto e fotografi

Fumetti

Dio e la fede

 

Consigli per scrittori

Consigli per gli aspiranti scrittori

Grammatica italiana

Agenzie letterarie

Case editrici per autori esordienti

 

 

Filastrocche, di Annusca Zecca Venier

Guarda il profilo



La vecchietta delle fiabe


C’era una volta una vecchia donna
che possedeva una sola gonna,
sì aveva una sola consunta sottana
e solamente uno scialle di lana.
Insomma per il tempo bello e per quello brutto
aveva una gonna e uno scialle in tutto,
ma devo aggiungere che questa vecchietta
abitava in una bianca, linda casetta.
La madreselva sul muro si arrampicava
e con il glicine amoreggiava.
Nel cielo limpido, azzurro chiaro
come uno zaffiro prezioso e raro
dopo la pioggia che talvolta cadeva,
coi sette colori l’arcobaleno splendeva.
Attorno alla casa c’era un giardino
grande appena come un fazzolettino,
però pareva un tappeto di fiori:
gialli, viola, rossi, rosa … di tutti i colori.
Ci abitavano passeri, merli e fringuelli,
civette, gufi, tordi e stornelli
… ah! dimenticavo: in aggiunta alle altre cose
c’era anche un cespuglio di rose.
E poi c’era un orticello
con carote, zucchine e qualche pisello,
con fagiolini, sedano e peperoni,
con zucche, cavoli e due o tre meloni.
C’era pure un albero di dolci susine
ed un’aiuola di fragoline.
Per tutta la casa si sentiva profumo di pane.
Dal fosso la notte cantavan le rane
e nei cespugli volavano le lucciole tanto piccine:
sembrano stelle, ma son più vicine.
Su un cuscino morbido un bel gatto rosso
dormiva e ronfava a più non posso.
La vecchietta non possedeva gioielli
neanche a parlarne,
del resto non avrebbe saputo che farne,
ma aveva il sole d’oro e la luna d’argento
e tutte le stelle del firmamento
e poi sul davanzale c’era una piantina di menta
e la vecchietta era sempre contenta.
Lei non sapeva cosa fosse la noia,
ma ciò che di più le dava gioia
era che aveva tante fiabe da raccontare,
tante quanti sono i pesci nel mare
e se qualcuno andava a trovarla
stava per ore ad ascoltarla.
Così, anche se aveva una sola sottana
ed un solo scialletto di lana,
non era povera, ne ho la certezza
ed anzi affermo con sicurezza
che era una fata, di quelle buone
(non sei anche tu della stessa opinione?)
perché a tutti donava la sua fantasia
che è la cosa più magica che al mondo ci sia.

(13)


L’uomo che amava le stelle

C’era una volta un uomo così sognatore
che aveva trascorso gli anni, i mesi, le ore
insomma ogni istante, ogni secondo
non a vivere le cose del mondo,
ma solamente a contare le stelle
lontanissime, splendenti e belle
e poi le annotava su un quaderno voluminoso
senza concedersi mai un po’ di riposo.
Ce n’erano a cinque punte, a sei, a sette …
(erano tutte comunque perfette)
e ce n’era qualcuna così piccolina
da non avere neanche una sola puntina.
Luccicavano tremule nel firmamento
e solo guardandole lui era contento:
nessun’altra cosa gli stava a cuore
nè gli procurava gioia o dolore.
Per poterle osservare con più precisione
si era fatto costruire un alto torrione
(e così in alto arrivava
che le nuvole oltrepassava).
Quella scala di corsa saliva …
Giorno per giorno la vita fuggiva
e lui sempre lì, a contemplare le stelle
che sfavillavano irraggiungibili e belle:
gli sembravano quasi dei fiori
d’argento e d’oro, non di altri colori,
sbocciati in un prato blu come il mare …
ma non li poteva cogliere e nemmeno annusare.
Al principio arrivava in men che non si dica
in cima e gli pareva lieve la sua fatica,
ma ora era fragile e tutto bianco
e ad ogni gradino sempre più stanco,
però seguitava ancora a contare le stelle
luminose, gelide e belle.
Le guardava brillare nel cielo nero
e del loro incantesimo era prigioniero,
ma un giorno alla fine si arrese,
dall’evidenza sconfitto e comprese
che il tempo non gli sarebbe bastato
a completare ciò che aveva iniziato:
non sarebbe riuscito a contare tutte le stelle,
che scintillavano insensibili e belle,
anche se, tra le più grandi e le più piccoline,
gliene mancavano solo poche dozzine,
perché i suoi occhi si erano spenti
e più non distingueva le stelle lucenti.
Ora poteva solo immaginarle
e col rimpianto nel cuore sognarle.
Sentì che se ne andava ormai la sua vita
e prima che fosse del tutto finita
con un filo di voce, accorata e sincera,
rivolse al Cielo una preghiera.
E adesso è il custode di quell’azzurro giardino
e finalmente è così vicino
a quei fiori d’oro che non serve annaffiare
che, non solo li vede, ma li può toccare.

Arcobaleno

Più prezioso di un cristallo di neve,
della rugiada più dolce e più lieve
e più ancora dei fiori di melo,
sboccia ad un tratto e splende nel cielo.
Timido e a un tempo sfacciato,
prepotente e delicato.
E’ della stessa sostanza
di una canzone, di un passo di danza,
di un gioco, di una poesia:
è un incantesimo, una magia.
Ha la grazia fragile di un’ala di fata,
è l’eco tremula della sua risata
e la fata, gentile,
intinge il pennello in quei colori
per dipingere farfalle e fiori.
Le stelle non le puoi rubare
e, pur se ne hai voglia, nemmeno toccare
e neanche nei sogni più arditi e più belli
le comete le puoi afferrare per i capelli
e nonostante ti sforzi, non puoi nemmeno
trattenere tra le tue mani un arcobaleno.
Come un bel fiore che presto appassisce
languido, l’arcobaleno impallidisce
… ecco, si è spento …
e più nulla rimane di quel magico
incanto.

 

(09)


L’aquila e l'aquilone

C’era un’aquila solitaria
che se ne stava sempre per aria
a guardare il mondo dall’alto in basso,
sempre sola, (sai che spasso?).
Un giorno mentre volava pigramente
da tutto il resto distaccata e sprezzante
vide, rosso, verde e arancione,
librarsi leggero un aquilone.
Era la prima volta che lo vedeva
e chi fosse non sapeva
perciò chiese “ehi, tu, verde e arancione,
chi sei?” “Un aquilone”.
”Dunque saresti un mio parente?
Con quei colori non mi piaci per niente.”
Commentò con fiero cipiglio.
“No, di un’aquila non sono figlio.
Un bambino è il suo papà
mi hanno fatto, eccoli là -
rispose l’altro, di colori variegato,
indicando in fondo al prato –
e non sono di penne e di piume,
ma di carta e cannucce di fiume …
eppure mi considerano un tesoro,
perché insieme a me, un po’ pure loro
volano con la fantasia,
i loro sogni e la loro allegria.
Ed io, legato al filo che tengono in mano,
volo in alto, ma non vado lontano.”
“Questo non è affatto volare –
lo contraddisse l’aquila – vogliamo scherzare ?
Io volo, sola, senza catene
e nessuno mi trattiene,
senza legami qua e là
a mio piacere in libertà.
Ma tu, come un pagliaccio colorato,
ad un filo sei legato
e, anche se danzi nell’aria leggero,
di quei due sei prigioniero.
Spezza dunque le tue catene
rompi il filo che ti trattiene.
Senza indugi fai come me:
il tuo destino decidi da te !”
Sorridendo, verde e arancione,
gentile rispose l’aquilone”
“Non posso imitarti, amica mia,
e come te volarmene via.
Lo ammetto, sarò sincero,
quello che dici è proprio vero:
io non posso andarmene qua e là
senza meta in libertà,
perché a quel bimbo si spezzerebbe il cuore:
sì, sono prigioniero, prigioniero d’amore !”

(23)


Le filastrocche

Sono talvolta le filastrocche
senza senso e anche un po’ sciocche.
Da mangiare non sono buone
né a merenda né a colazione
e, se posso esprimere il mio parere,
non sono buone neanche da bere …
a me sembrano un po’ come
delle bolle di sapone,
come quelle hanno un che di inconsistente,
dunque non servono proprio a niente …
ma tu, sfoglia il libro e, per magia,
ti terranno compagnia.

(28)


C'era una volta

C’era una volta una bambina
e c’era anche una nonnina
che le raccontava a non finire
bellissime fiabe per farla dormire.
Forte alla bimba batteva il cuore
se parlava la nonna di filtri d’amore,
di re, di gnomi e di fate
o di principesse intrappolate
nell’incantesimo di una strega cattiva…
e poi,la fiaba come proseguiva ?
Che un principe, giovane e bello
a cavallo partiva dal suo castello,
attraversava la Foresta Incantata
con l’aiuto di una buona fata,
pericoli affrontava e tormenti pativa
tutto per colpa della strega cattiva,
infine la fanciulla liberava
e il suo amore le dichiarava.
Ma le loro pene non finivano ancora:
lei, che era bionda come l’aurora,
diventava nera come la pece
o una verde ranocchia compariva in sua vece
oppure a una limpida fonte, bevendo ignara
fidandosi di quell’acqua così chiara,
cadeva vittima di una magia,
si trasformava in rondine e volava via.
Ancora la bimba non voleva dormire:
e poi la fiaba come andava a finire?
Per il principe (poverino,
contro di lui si accaniva il destino!)
ricominciavano i tormenti,
le difficili prove e i patimenti …
e quando infine la rondinella
ridiventava una fanciulla giovane e bella
lui, bevendo del sidro di mele
(stregato, è ovvio!) diventava crudele,
più non sentiva né gioia né dolore,
perché di gelido ghiaccio si era fatto il suo cuore
e non ricordava, ahimè, la promessa
di amare per sempre la principessa.
Ora a lei spettava il “privilegio”
di liberarlo dal sortilegio.
Fiumi di lacrime doveva versare
e durissime prove le toccava affrontare:
scalare il Monte di Cristallo
calzando fragili scarpette da ballo,
le stelle che brillano in cielo contare
e tutti i pesci che ci sono nel mare.
Senza pronunciare mai una sola parola
doveva girare per il mondo da sola
e a fare la guardiana di oche era costretta
coperta di stracci, poveretta,
e poteva fare ritorno
solo dopo un anno, un mese e un giorno.
Allora con la forza del suo amore
liberava il principe sciogliendogli il cuore.
Ecco la fiaba come finiva …
felice la bimba adesso dormiva.
Non c’è più quella nonnina
e la bambina non è più una bambina
ma spesso ripensa a quelle storie incantate
ne ha scelte due o tre e ve le ha raccontate.

Filastrocca

Filastrocca per l‘agnellino,
tenero, bianco e ricciolino
e filastrocca per il lupo
che se ne sta nel bosco cupo.
Per il latte e per il caffè,
filastrocca per te e per me,
per il lavoro e per il riposo.
Filastrocca per il giglio odoroso,
filastrocca per l’ortica
che, se non la tocchi, non ti punge mica,
per il cardo e per la rosa,
per la neve silenziosa
che piume d’angelo ci offre in dono,
(perché i suoi fiocchi è questo che sono !)
Filastrocca per il fuoco
che basta un sospiro e danza poco,
per la proboscide dell’elefante
e per la farfalla così elegante
da cima a piedi di velluto vestita,
per il papavero e la margherita.
Per l’inverno e la primavera.
Per la notte nel suo manto di seta nera
e per l’alba vestita di azzurro chiaro.
Per il miele dolce e per il fiele amaro.
Filastrocca per l’usignolo
che tutti incanta con i suoi assolo
e filastrocca per la cornacchia
che non gorgheggia, infatti lei gracchia,
ma il suo verso non mi pare brutto:
io la penso così … e questo è tutto!