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Pioggia Primaverile e altre poesie, di Daniela Magni Guarda il profilo

Pioggia primaverile

 

 

Cheta plana la soave pioggia primaverile,
essa ammara linda, liliale,
alcunché potrebbe lederne o deturparne l’illibata sussistenza eterea;
tale eccelsa leggiadria ingenera un’edenistica eufonia
la cui idilliaca ambrosia permea qualsivoglia venustà siderea.

Apollineo riverbero traluce sublime asservendo brumose prostrazioni avverse:
ignea folgore brandisco gagliarda allorquando l’aggraziata coltre piovosa
soffonde ieratica laceranti cremisi rimpianti dei quali il vessatorio,
stentoreo gemito è tramutato in un’effimera, evanescente eco.

Madide, roride gocce nivee aspergono ed irrorano l’ecumenica natura
raggiando l’olimpica cristallina beltà maliarda.

Seppur euritmici firmamenti non sfoggiano cerulei barlumi
ebbene il virgineo fluido che lacrima dalle sue mere, portentose volte
trascende ardimentoso e plasma ineffabile tersezza ovunque.

Inemendabile, inintelligibile virtù cagiona suddetta divina acqua:
aitante, fulgente albore circonfonde il viscerale, linfatico nucleo
dal quale sempiterna genesi ferve indefessa.

Afrodisiaca pioggia primaverile oggi procrei preternale, rutilante, vivida luminescenza. Sei Tu La Mia Luce

 

 

Effimera intercorre la notte,
tuttavia il levantino albore protrae il suo anelato fulgore.

Fronteggio dunque l’angustiata attesa germinando purchessia pensiero,
essi scaturiscono mediante una primordiale genesi,
diradano prette essenze soffondendo atre coltri serotine,
tralucono l’illune talamo silente al fine d’assurgere un coriaceo pentagramma,
tale concepimento prolifica eufoniche melodie le cui soavi note riecheggiano indefesse

edulcorando l’egemonica cupezza che primeggia tronfia.

L’idilliaca risonanza riverbera ormai ovunque,
il suo virtuoso lindore satura persino lugubri turbamenti giacché ne irradia gli esiziali precordi.

Subitaneo fiorisce l’ineluttabile quesito:
donde deriva una similare leggiadria?

Quale languida, mielata ambrosia sfoggia un effluvio meramente afrodisiaco?

Cosa cagiona suddetto ardimentoso bagliore?

Chi brandisce ieratico l’invitto dardo contro cui adombrate fallacità
periscono annichilite frangendosi addentro mondate perspicuità?

Tu solo ne sei l’inconfutabile, idolatrata sorgente,

eccelsa luminescenza che dilaga maestosa le sue propaggini
e debella lacere inquietudini senza essere lambita d’abbuiate nature insite.

Ora non temo più l’attardar dell’aureo chiarore mattutino,
non v’è recondita ragione per la quale contempli ansante l’ora
dacché il tempo sarà cadenzato forgiando le inestimabili tue venerabili fattezze.

Sei tu la mia luce.

 

 

Placido Pensiero Futuro

 

D’accanto s’erge stentoreo l’incoercibile dolore,
profluvi gravidi d’asfittici rimpianti aspergono livide gradazioni,
un tempo armoniose beltà laddove prosperavano illibati sogni giovanili.

Nulla è pero sopravissuto, alcuna remota bramosia sfolgora l’incandescente fervore
per aver plasmato i liberi, veritieri ideali così tanto vagheggiati…
Nessuna ambita aspirazione è planata nel ceruleo orizzonte
solcato dalla vigoria accorpata in rigogliose ed aitanti speranze.

Impetuose grida gioiose prorompevano la serafica volta celeste
gremendo ogni lembo con insopprimibili ardori vitalizzati da virginee frenesie,
travolgenti ebbrezze, focose passioni, flautate musicalità, intrepidi valori…
innumerabili vocazioni che avrei giurato in maniera incontrovertibile d’umanizzare,
tutto dissolto, obliterato, comparabile ad una sommessa, evanescente eco.

Rimembro leggiadre reminescenze in cui amavo cospargere liliali fogli apponendo il mio eroico, indomabile essere…
ritenevo che quelle preziose candide pagine avessero una voce, sfoggiassero un’anima,
indottrinassero nobili valori in base ai quali amare la vita.
Malgrado i trascendentali entusiasmi saggiati orsù partorisco l’indeclinabile realtà:

solo oppressivi rimorsi e grevi disinganni ho tesaurizzato; sterili pianti che nessun volto sarebbe in grado d’effigiare,

fruste umiliazioni che nessuna schiena seppur corroborante potrebbe sorreggere…

Vorrei assopirmi cedendo prona ad un placido sonno,

la mia veneranda età agogna perpetui riposi…

perché mai dovrei disfidare l’indolente quotidiano?

Immersa in un’oceanica inerzia detengo come unica compagna un’imperturbabile solitudine.

Stremata vacillo sovra abuliche confluenze:

quale propizio giovamento trarrei sondando summenzionate vie?

Perché mai dovrei disilludermi ad intraprendere rosei percorsi
se l’inalienabile fato soverchia veementi furori tramutandoli in sordide apatie?

Durante una concupita giacenza, mirabile compenetra l’angelico tuo avvenente volto,
esso ridesta un’implacabile foga la cui irruente docilità
sana le mie taglienti ferite esistenziali:

profondo longanime sorriso al nuovo fiore germogliato,
assaporo la madida rugiada che vaticina l’incipiente aurora,

reco ammenda poiché nulla è naufragato alla deriva…

il tuo intramontabile ricordo d’un recesso passato pervade virtuoso
il presente cogliendo aggraziatamente l’indorato futuro.

 

Suasiva Serenità Coltivata

 

Ridolente fragranza delibo estasiata,
rutilanti brame poetizzano il lirico avvicendarsi di prosperose stagioni,
rugiadosi sogni alati evincono qualsivoglia erto scoglio
imperlando suasivi panorami mediante ancestrali semplicità,
ossia precipue fondamenta di madornali portenti.

Odo l'altisonante riecheggiare d’amabili euritmie,
esse spandono solerti l’inestirpabile ciclo riproduttivo,
grazie al quale sfavillano temerari i vorticosi aneliti
affinché ciascuna creatura propali solenne
l’imprescindibile epistola nel cui cremisi fulcro
vertono integerrime, probe dottrine d’incondizionato amore verso la vita.

Miti folate maestrali stormiscono vessate gracilità
fortificando la sontuosa, granitica armatura

degna del più ardito, lungimirante guerriero pacifista.

Mentre proferisco fascinose ambizioni,
concepisco che nulla potrei osare qualora mi denudassi
dell’inobliabile tua fulgente icona.

Ogni colore risalta caparbiamente l’ecumenica pienezza che manifesti,
le radiose, cangianti tonalità emergono intrinseche prodezze
ove oppugni impervi ostacoli e scosti repentini turbamenti
disseminati come caliginose nebbie funeste.

Un suadente occaso delinea il fulvo orizzonte occidentale,
fra brevi sospiri l’incombente vespro poserà i suoi manti
e cospargerà l’atmosfera con un blu indaco,
il quale evolverà la composizione turchina fucinando un indefinito nero…
esso tuttavia non addentrerà nello scintillante tuo essere,
non sovvertirà la miracolosa luminosità che vesti baldo.

Una trascendente serenità ho coltivato,
gemmerò fruttiferi, ubertosi campi nutrendoli attraverso
edificanti sementi che hai catechizzato con straordinaria umiltà.

 

 

Tu Rivivi In Ogni Giorno

 

In questi giorni profondamente vacui,
frastagliati d’opprimenti ore futili,
implacabilmente riecheggio il tuo inebriante ricordo.

Esso ritma leggiadramente inestimabili gradazioni autunnali,
le cui soavi fragranze ingagliardiscono la mia florida seppur esile giovinezza,
effonde fulgente albore dissipando vividi dolori repressi,
partorisce inarrestabili bramosie trasparendone l’ardente natura indomita.

Credevo che il tempo avrebbe smorzato qualsiasi reminescenza a te fervidamente relativa
stemperando accorati sentimenti in dirompenti brezze boreali…
languide convinzioni gremite di veraci contraddizioni:
perennemente sferzante lo stormire d’afflosciate, caduche foglie,
le quali erompono tumultuose attraverso cristalline placidità materne.

Rivivo sprazzi preadolescenziali ove l’euritmia dei nostri quotidiani
librava portentosamente sopra prolifici campi
delibando estasianti zefiri primaverili;

percepivo un prodigioso miracolo giovanile del quale eravamo ineffabili protagonisti,
tuttavia il tuo essere effigiava sublimemente incoercibili sensazioni…
reconditi periodi impetuosamente vivi.

L’eccelso scibile che sfoggiavi,
mirabile virtù di cui non ha mai peraltro esternato millanterie od iattanze
allibiva i miei stati d’animo mentali
apponendovi autentica stima, pretto incanto.

Talvolta avanzano inesorabili angustiati frangenti:

quando l’afflizione sembra soverchiare vagheggiate aspirazioni, adombrare luminescenti memorie, reprimere assiomatiche abilità,
impareggiabile prosperosità, fervente frenesia giovo solcando
trascendentali carezze, blandi sorrisi che m’improntasti in tenera età…
indicibili libidini forgianti ammalianti mitezze.

 

 

L’indomito Fato

 

Lancinante, mestissima goccia sgorgata nella paradisiaca pubertà
fu l’ineluttabile, straziante separazione,
allorché due strade caratterialmente e strutturalmente divergenti

s’ersero imperiose.

Il tuo percorso irrefutabilmente più difficoltoso
discerse doti connaturate le quali imposero,

coartarono ad intraprendere cammini dissimili;
francamente non avrei mai potuto sostenere austeri sforzi

che avresti audacemente fronteggiato,
plasmando ardui compiti in espletati traguardi.

Mi parve irrazionale concepire una realtà
le cui sfumature avrebbero eluso rutilanti fattezze tue inoppugnabili peculiarità,
sorreggere madornali silenzi gravidi d’armoniose parole
che avresti proferito in luoghi a me preclusi,
contemplare venusti panorami
senza poter condividere tale fenomeno naturale
rifulso nell’afrodisiaco abbraccio mediante indefinibili emozioni…
velavo suddette amarezze riverberando preziosi momenti
fregiati con madide, adamantine speranze mai lise.

Sovente vaneggiavo un nostro futuro incontro:

in quale contingenza sarebbe germinato,
la stagione in cui avremmo rimirato il medesimo lembo di cielo,
la strada che avrebbe accolto i nostri passi
poetizzati da concupiti, tumidi ideali,

le metamorfosi fisiche che ci avrebbero differenziato…

Ogniqualvolta degustassi fucinare la tua sovrannaturale morfologia

elegiaci spasimi dilaniarono il mio flebile cuore,
l’indomito fato m’interdisse la sussistenza di tangerne l’incontaminata purezza.

 

 

Improvvisamente Ritornasti A Me

 

Gli anni decorsero fugacemente, monocordi,
caliginosi, dall’inestinguibile evanescenza:
proruppero labili argini irrorando recessi precordi
ammantati d’arenate, soffocate, brinate voluttà.

Un’insopprimibile fatuità pervase l’avvicendarsi d’intense stagioni
fomentando veementemente l’indomata sovreccedenza di lacrime
erotte affinché il corso naturale degli eventi potesse mutare…
destai inesauribilmente il destino aggrappandomi fervidamente

acciocché proliferasse un’incipiente unione relativa ai nostri tragitti.

In un caldo mattino estivo,
cadenzato d’attenuate gesta consuetudinarie,
inaspettatamente la vita procreò
nell’incomparabile foggia l’avvenimento che anelai
umanizzasse qualsiasi tonalità d’eufoniche stupefazioni:
due rotte tangibilmente discrepanti confluirono
in un consimile, celestiale orizzonte.

Il passato affiorò rilevando inconfutabilmente
l’attuale conformazione, compagine futura.

Pochi minuti ridiedero inconcussa fulgidezza
ad appartate, discoste rimembranze,
fortificarono l’onda di rievocazioni mai infrantasi
nonostante l’abnorme profusione d’ostici scogli,
infatuarono il periplo che attorniava
quella debordante scia magica…
tutto germogliò spontaneamente
e con incommensurabile amabilità.

Fu come se il tempo avesse frantumato
l’incontrastabile trascorrere dei giorni,
i suoi euforici occhi raffiguravano, istoriavano
sfavillanti episodi demarcati in una galvanizzante
e rigogliosa primavera.

Il mio corpo fu innalzato da un’integerrima libidine,
improvvisamente ritornasti a me inibendo
l’infausto, imperituro avanzare del tempo.

 

Il Domani Non Tramonterà Mai

 

Il flebile suono della sua voce,
scandito da un’impercettibile dissomiglianza:
oceanica melodia lussureggiante,
suadente sinfonia affiorata
fra musicali, pindariche beltà,
romanzava pagine esistenziali
sulle quali v’era disseminata doviziosa polvere;
tergendole donò rinnovato vigore
sopraffacendo addolorati rimpianti
in flautati, piacenti effluvi,
il terso candore dei suoi capelli irradiava
inoltrati crepuscoli alternandoli
a cangianti, fastose aurore antimeridiane.

Le nostre mani s’accorparono trascendentemente
delineando radicate affinità;
dopo lunghi periodi comprendemmo analoghi spazi
scrutandone lampanti particolarità,
scorgemmo volti comuni, affabili,
eravamo soliti intravedere eguali persone
esclusivamente nell’ambito scolastico,
profili banali ma in quegli istanti
assunsero qualcosa di limpidamente eccezionale.

Mi parve ieri, mi pare oggi, mi parerà domani
rivivere l’effervescente entusiasmo
del nostro infervorato mercoledì
allorquando l’estate instradò
le soprastanti calure inturgidite da rubini fermenti
inficiati e repressi per nutriti anni…
ora quell’egemonico sortilegio è dunque nebulizzato, ripudiato;

zelante sopravviene fulminea l’improcrastinabile gioia
che domani nuovamente apporrò le mie labbra concitate
sulle tue olezzanti, carnicine gote.

 

L’espugnato Viale

 

Pacati passi percorsi assai assorta 
addentro lo slavato, remissivo viale:

un’endemica, sacrale intersezione stradale
perturbò l’imperante flemma attecchita
sin dagli atavici lividori rei di quella natura morta.
D’un tratto l’artica, repressiva morsa invernale
si disciolse e dimorò impavida un’opulenta efflorescenza.

Intravidi l’inobliterabile tua tersitudine,
respirai il luculliano nettare esalato dal tuo sapido alito vitale,
fiorente rigoglio s’elevò glorioso ornando venerate posture
laddove intessessi gagliarda animosi passi
nell’inconfessato misticismo sito in astruse emozionalità.

Melodiosi canti pastorali inneggiasti ignaro,
al che le versatili entità innate
s’unificarono in un olimpico, niveo assolo.

Ascetico nitore permeò l’espugnato viale
e trasfuse l’intrisa quintessenza
che perseverava nella tua proda indole dogmatica;
sommuovesti il diaccio clima stagionale
grazie al nostro inopinato, fiabesco incontro.

La fiamma conferita a quell’inenarrabile,
iridescente mattino divampa sempiterna
raggiungendo confini invalicabili, razionalmente chimerici.

Fremetti diversi anni, eppure ciò per cui mi strussi
con vessatorie disillusioni si materializzò impulsivamente
e con mera semplicità.

 

Innocenze Fanciullesche Tu Ridesti

 

Come rugiadose, linde, cerulee acque marine
fluisti nella mia friabile adolescenza
ergendo insondabili ed inintelligibili emotività,
le cui vittoriane fondamenta sorreggevano aitanti fermezze.

Cagionatici estatici lassi permeandoli
d’olezzanti ebbrezze palpabili,
essi tuttora volteggiano solenni nell’idillica aurea,
tastano inemendabili magnificenze eteree
discernendo l’insormontabile scia allignata
grazie a strenui virgulti, rubicondi sementi,
trafiggono opulente, avverse imperturbabilità.

Sfociasti ieratico l’imminente avvenire
surclassando folte, acrimoniose titubanze
con risolute, ferree propensioni;
scaturisti dardeggianti attitudini
tracimando inespugnabili fortilizi, coriacee roccaforti.

Prodigasti rilucenti paragrafi
scolpendo tonificanti eccitabilità,
fertili albe circonfuse d’eterni fulgori.

Durante brumosi inverni,
opachi, ermetici orizzonti sinuosi,
traspare perspicua l’incandescente essenza
che dissolve affrante melanconie
in fatiscenti, sommessi echi.

Nuovi capitoli saranno colmati
sopprimendo rigurgitanti pulviscoli
depositatisi lungo tortuose ed impervie ascese,
saggerò succulenti aromi gemmati
su nivee, sorgive innocenze fanciullesche.

 

 

Libera Gioventù Effondi

 

Sprigionasti raggianti giornate
alimentandole d’incomputabili valori,
diffondesti nutriti, meritori talenti
rivestiti d’edificanti maturità, grondanti lungimiranze pregevoli.

Talora enfatizzo quegli inesprimibili minuti
che fusero, contesserono i nostri vellutati respiri:
rifiorisco persino contorni superficiali, perituri,
elementi sporadici, sostanzialmente marginali
ai quali s’ascriverebbero esigui risalti,
invece propagano sbalorditive fattibilità,
prioritarie, viscerali sussistenze.

Ormeggio caparbia il granitico desiderio
d’accostare, concatenare le nostre vorticose folate australi,
assaporare edulcorate avvenenze ormai eclissate
in fecondi, rubizzi frammenti siderali.

Aleggerai perpetuamente come roridi,
fruttuosi, purpurei segnalibri nelle mie
sgargianti prose passate,
poeterai soffondendo con platinate temerarietà,
solerti, risananti gocce cremisi
l’odierno presente tanto effimero quanto inesplicabile:
saturerai tramite l’abissale vuoto che cospargesti
in commoventi, polarizzanti ricordanze
un futuro pregno d’asfittiche prove adulte,
le cui straripanti moltitudini sebbene sommamente erte
convergeranno la nostra strepitante, epica
 ma soprattutto libera gioventù.

 

Tramontane Freschezze Illegiadrisci

 

Il tuo soave pensiero illeggiadrisce purpurei crepuscoli
edulcorando lividi nembi in placide,
argentine rugiade prettamente vermiglie:
esso ingenera euritmiche, virginee malinconie,
le quali permeano l’inesprimibile sentimento umano
gemmato ed effuso con reconditi dogmi primigeni
soltanto mediante trascendentali emozioni
contraddistinte dall’ebbra gioventù
che scaturisce indefessa delibando
suasivi zampilli pregni d’afrodisiaci fremiti corporei…

Ridesto rubicondi, idilliaci effluvi ogniqualvolta
contemplo amena il selenitico oceano sidereo

che dirada melodiosamente languide, mielate
posture vespertine e deificano l’aureo,
preternale fulvo albore levantino:

ostenterebbe forse la più blasonata
aquila reale seppur conscia delle sue virtuose,
idolatrate destrezze alate un aleatorio volo qualora l’imperiosa volta celeste
dissolvesse siffatta endemica sublimità?

Eluderebbe dunque la maternale imposizione
di trasfondere maestrali doti eteree

alla congenita, aborigena stirpe novizia?

Compungendo il serafico florilegio romanzato

da favoleggiate, vereconde estasi
blandisco angelicamente i verginali,
enfi baci che mi sibilasti attingendo gagliarde,
furoreggiate freschezze tramontane.

 

Sempiterno Impeto Procrei

 

Sempiterno impeto assurgi inconsapevole
da qualsiasi appartata lontananza
aleggi aggraziate rievocazioni su di te nitidamente scolpite:
echeggio il loro lirico, platonico ritmato stormire,
comparabile ad un’eufonica risonanza
i cui vetusti sussurri propalano succulente, luculliane delizie
ed evincono frondosi eufemismi lattiginosi…
Gravida d’estasiati, pindarici olezzi
saggio l’ineffabile, metafisico miracolo esistenziale
di rimirare opalescenti tonalità autunnali
le cui ingentilite coltri si riversano maestose
in floride radure onde ergono detersi
i selvosi panorami arcadici,
ed un’opima vegetazione tramuta terrei rampolli
procreando lauti virgulti proliferanti…
Emulabile alla più tralucente folgore
che dardeggia fervorosa sovra cilestrini firmamenti
sormontando pleonastici, ridondanti turbamenti, fragorose trepidazioni
acciocché possa essere forgiata
l’indeclinabile, ecumenica genesi
frappongo doviziosi meriggi ammantati
sia da perlacee, alabastrine sfumature
sia d’amaranti, voluttuosi tripudi
orquando irraggio e protraggo la tua pudica, carnale parvenza.

 

 

Vitali Insegnamenti Poetizzi

 

Assisa sovra cheti bucolici poggi
immensi profluvi d’ingenite contemplazioni
intersecano la mia frangibile ed asservita mente,
tuttavia irrefragrabile preminenza soprasta
codesto incolto ed arcano quesito
ogniqualvolta savie apologie appetirei d’edificare

dinanzi alle tue terse, stupefacenti fatture,
le quali trasecolano i miei consimilari, pudibondi quotidiani:
chi mai sei tu Howard che stravolgi,
pervadi la mia profonda solitudine adolescenziale
profondendo purpureo coraggio addentro a glaciali inverni?
Chi mai sei tu Howard celestiale angelo
le cui iridi zaffiro nebulizzano inesauribili irrisolutezze
e sprigionano temerari, empirici moti?
quantunque allibita per tali  melodrammatiche interpellanze
parafraso anzi enuncio dotta e reboante
sovra virenti alture i tuoi cultuali ed incliti assiomi:
un marito accoglie gioiosamente la luminescente aurora
al fine d’aspergere vivificanti, fascinosi fulgori sull’adorata moglie;
una mamma accarezza ogni singolo istante
riprodotto dalla vita facendo planare
l’incommensurabile amore verso i figli, incantevoli creature
ai quali infonderà amorevolmente l’insegnamento di Dio;
un missionario catechizza con la voce del suo cuore incomputabili valori,
stupefacenti semplicità impregnando riarse pianure in feconde prosperità.

Mi tramandasti anzidette inneggiate sacralità

in qualsiasi frangente ove inalberassi discernibili mestizie, 
anteposte verità irrefutabili che largivi
con un’agguerrita, eternata pace interiore.

 

 

 

L’impossibilità con te elido.

 

Inabissata nelle impervie ed infime profondità
fertilizzate allattando puerili, vanesie inanità
sgorgo errabonda, ansimante, l’assiduo, anfrattuoso
tuttavia armonico quesito morigeratamente fascinoso:
come avrei accolto il nascente elitario albeggio,
venusta, lucentissima valentia d’un altezzoso levante
qualora l’onnipotente fato non fosse trasparso
ovverosia l’intemerato tuo venerabile volto
nei miei adombrati, cinerei risvegli?
Quale similare, paradisiaca sensibilità
avrebbe tastato l’illibata mia ardimentosa giovinezza
se tu non avessi plasmato l’abitudinaria prosaicità
in gloriose pagine di vita
conferendo a quei fugaci momenti
il divino prodigio della perennità?
Rimembrerei forse la melliflua fragranza settembrina
aspersa mediante beati giorni
effigiati dal liliale lindore
grazie al quale irroravi l’intera stanza esondandola
con vezzosi, aromatici sdilinquimenti
nonché probe e castigate affezioni
di cui tuttora respiro il melato turgore?
Commemorerei l’insopprimibile, veemente fervore,
tuo magistrale incanto che fruttificò l’implacabile
evoluzione semantica della mia gioia di vivere
semmai tale preziosità non fosse traspirata
sceverando leggiadre gote, porporini sorrisi
elargiti munificamente ognora ili tuo iridato
sfolgorio stravolgeva il mio dizionario
ritenuto indubbio intonso?

L’impossibilità con te elido.

 

 

L’inverosimile È Possibile

 

Melodico riverbero s’eleva argentino,
ciascheduna creatura conquide l’infatuata aura
plaudendo le impenitenti venustà tersicoree
che arieggiano pertinaci lambendo ambrate nubi
ed emettono imperiali soavità senili.
Meditabonda addentro ime ispirazioni
orchestro l’eufonica emanazione di sinfonici fonemi:
arderei poetarne l’erompente intonazione
seppur foranei idiomi ammarano molteplici.
Quale funesta od empia ventura potrebbe
trasmutarne l’inveterata vetustà?

Chi pur gentilizio propugnatore d’eclettiche prelazioni terrigene
celerebbe immane cupidigia dirimpetto alle medesime umili ricchezze?

Nulla contaminerebbe la spirituale costituzione austera,
nessuno scinderebbe la perenne fusione ontologica,
tutto fluisce casto e temperato,
alcun fortunale imperversa edace, minatorio.

Longeve vaghezze eclissano, obliano ponderose canizie
rifulgendo sapori giovanili puramente canditi;
vilipendi non odo, dissidenze non cospiro:
centellino sitibonda oltremondani elisir fatati,
sovra verdeggianti colli verseggio l’apoteosi d’una deificata melica,
estrinseco intemerate pronunzie le cui lungimiranti scaturigini
redimono putrescenti loti in costumate tersezze.

La tua chioma sericea espleta l’umana ineffettuabilità,
trascende la razionale logica d’eludere l’inverosimile corporeità.

 

 

Rugiadosa Quiete Trasudi Nel Mio Cuore

 

Grevi perplessità, madreperlacee titubanze
profanano scenici, suggestivi solstizi invernali,
deturpano olimpici meriggi domenicali
soffusi d’armonici echi emanando putridi, laidi fetori:
esse amareggiano assidue, esiziali sovra diafani passati
con melanconico affranto poiché in quegli effimeri giorni
l’afflosciata, pavida coltivatrice sementò cinerei accoramenti
ed il roboante barbaglio fra scheggia tronfio

durante intensi, iracondi venti maestri,
soprintende argentee piogge imbevendo
ubertosi rimpianti, valenti compagni in bigie solitudini…
Le irrefrenabili euforie che vitalizzasti nel mio indocile animo
imperlarono ardui cammini
candendo impervie ascese,
le quali destavano nei precipui anni adolescenziali
ferrigni ed afosi timori:
ora fronteggio esse antistante, senza distogliere
vigili occhi da fallaci stupefazioni
nelle cui celate profondità apparentemente silenti
signoreggiano mefitici dirupi erosivi.

Senili repulsi commemoro benevola,
ancorché essi diramino riarse giacenze
nulla trafiggerebbe la diamantina quiete
ormai trasudata inscindibilmente nelle pervie
recondità del mio innamorato cuore.

 

Carezzevole Rosa

 

Il tuo nome è stato, è e sarà
imprescindibile sfavillio che irradierà
vegliardi, cerei risvegli,
danzerà con solare nitore, universale audacia
nell’eccelsa musicalità avulsa da qualsiasi drastico,
rigoristico, proteiforme pentagramma…
cadenzerai ogni mia poesia tralucendone
l’ammaliante, ferace significato espressivo:
pertanto se la punteggiatura impone un’imperativa,
coercitiva pausa grammaticale,
orbene ciascuna interpunizione che apporrò
sarà lieta frangente dedita a riecheggiare
giocondi, poetici eventi amabilmente respirati
assieme saggiando l’irresistibile, assetato aroma…
essi ormeggiano radicate virtù
ossia assiomatici, ingeniti sostegni durante
ialine, scipite brine destate da
frusti, angustiati cieli…
se anelassi rivoluzionare asprigne, frivole rapsodie
le alimenterei incarnando sacrali origini
di produttivi capitoli a te intimamente improntati.

Qualsivoglia circostanza laddove coglierò
sovra prosperose sommità una carezzevole rosa,
le mie vellutate ispirazioni planeranno su di te inesauribili
giacché tale magnificenza floreale
rispecchierà il tuo abbacinante nome
irrompendo una vittoriosa, coesa assonanza.

 

L’irrazionale Logica Sovverti

 

Forse questi sono gli ultimi giorni in cui vivo
l’inebriante concretezza d’intessere, respirare
il tuo leggiadro, magnanimo sguardo:
opprimenti veli melanconici ebbene
dovrebbero avvilupparmi in una
nefasta ed asfittica morsa lacerando
soavi orizzonti ove placide fecondazioni
soffondevano miti lembi cerulei…
eppure l’altisonante, tramandata eufonia
dalla quale germinano sublimi ma precipuamente
”inarrestabili verginali libidini” catalizza
l’esile, cagionevole mia essenza umana
addentro oceanici vermigli virgulti.

Hai “empirato” l’ineffabile portento
di permeare, esondare colui che proruppe
ieraticamente remoti aliti ricolmi
attraverso una morigerata, casta gioventù
enfiando purchessia contesto mediante
la sua incorporea sussistenza sedimentata
con veemente arditezza accosta
ai miei compenetrabili, latenti precordi.

Hai sovvertito l’irrazionale logica relativa
all’irrepugnabile invulnerabilità plasmata
da Lambert assurgendo una nuova foggia,
la quale sfocia tumultuosamente tracimando
opaline, frigide gradazioni destinate
ad un’ineluttabile evanescenza.

 

 

Irreprimibili Euritmie Preludi

 

Commensurabile ad un lussureggiante, euritmico
zefiro linfatico, romanzi l’estatico imbrunire vespertino
furoreggiando il propedeutico chiarore nascente
i cui fulgidi barlumi gremiranno connaturate
reminescenze proliferando opime beatitudini,
onde dardeggerà eminente l’inappagabile,
scarlatto tuo ingemmato ardore.

Idilliaci pentagrammi fregiano gemme sinfoniche ed amene cadenze:
essi librano indefesse ed illibate effusioni boreee
delle quali delibo l’aggraziato, sfrondato stormire;
lauto lirismo eretto verso i più superbi fastigi elitari,
florido sdilinquito olezzo che cagiona
candidi risvegli catechizzati da un labile,
deciduo sibilo ossia imprescindibile ambrosia
perennemente incisa sulle altezzose cuspidi alpestri,
esso iconizza indecrittabli sentimenti approntati
in via d’una auspicante tangibilità vigorosa e perseverante.

Sovente quando fluisco nel tuo aggraziato, munifico sorriso
una trascendente, ardimentosa emotività
pervade frondose interiorità scaturendo
tumefatte e frementi rivoluzioni irreprimibili:
esse concepiscono bramose cupidigie la cui enfiagione
travalica profluvi edematosi d’inibitorie,
fittizie parvenze ed irradiano
arenate, avite nebulosità.

 

 

Baldi Rai Mai Annottati

Quale venusto fiore talora estirpato
del suo linfatico, permanso velo
non trasparirebbe deturpato?
Quale florida betulla sebbene imperlata
d’estatiche foglie, tonificata dal suasivo
alitar maestrale osannerebbe cheti refoli
se soltanto una fosse lisa e quindi ignuda
del suo magniloquente, azzimato rigoglio?

Quale verace, ineccepibile sentenza
beneficerebbe il perentorio arbitrio
di mondare paghe gaiezze incusse
perspicuamente affinché ispirati affetti
imbevuti d’indicibile esegesi
volteggino innocenti, esuli d’aggiogate
libertà retrive razionalizzate mediante
puritani conformismi, ed adulterati preludi
esacerbati causa remissive, accondiscendenti affezioni?

Quale rosa gota tralucerebbe adusta, ignava
o soltanto obliata da consunte, repulsive lacrime
prorotte dacché la sovrastante sorte ha corroborato
l’indeclinabile scisma fruttificato dalle nostre
agognate, ignee vocazioni umane che fiammeggeranno
erculee sia durante il vesperale etere algido,
sia mentre lasse brume autunnali blandiranno
canute età onuste d’assennate, lungimiranti giovinezze?

In nessuna latebra decadrò, alcun limo annotterà il mio cammino,
ovunque peregrinerò i tuoi platinati rai incederanno con me baldi.

 

L’indifesa Afrodite

 

Attraverso ridolente strale ascende l’empireo,
ordunque l’inaggettivabile Adone cavalca protervo
l’ammansito, orsù ermo prode alato Pegaso.

Apodittica predilezione connaturò Afrodite,
invero lussurioso edonismo prosciugò il suo verecondo grembo,
da esso edace stillicidio essudò
giacché esecrando araldo immortalò la vergine non più casta.

“Blasfemo abominio perpetrò la nefanda, boccaccesca creatura,
l’eliso le sarà interdetto, la sua funerea nequizia
divamperà siderali serti assisi ieraticamente
sovra il suo ridomito capo!

Il pomo della discordia sarà titanica inezia
se commensurato alla funesta sorte che la subisserà ferina!”

Proferì furente il sommo, estremo Zeus.

La ripudiata, bandita dea marcia tetra verso errabonde odissee,
infausti ed aleatori dedali preconizzano cammini laidi, rupestri.

L’Olimpo epurato, gaudente solennizza l’acquietata nemesi.

Addentro silvane radure Calliope permane su erettili fogli
la sua silvestre, mitologica epos.

Assai cerea, emaciata Afrodite ammencisce il passo,
le tre Erinni procaci motteggiano lepide infamie,
ciascuna Nereide la espatria dal proprio reame marino,
la più belluina, cruenta Gorgone coltiva l’anelo
di pietrificarne l’immacolato volto,
il Febo Apollo ne deplora la carnalità,
mai più la sua dotata cetra intonerà alla dea gai canti.

In un abissale anfratto Afrodite intercorre,
sotto confluisce il notorio Imero.

Mentre ella versifica una ferale egloga
un latore di nepente le asperge l’estenuato organismo.

“Immane delizia infeuda l’abbacinata mia vista,
quale peccaminosa scurrilità s’imputerebbe alla materna dea?

Il tuo seno è, sarà divina icona della morigeratezza…

L’Olimpo non inficerà né destituirà l’asilo
alla maggior frugale, parca figlia, io Adone ti preserverò”.

 

 

L’appartato Eden

 

Luculliano, epicureo asciolvere degustiamo beati,
sovra codesto cheto rilievo mesciamo i nostri tumescenti, sobri baci.

Quale lugubre, corvino cirrocumulo lederebbe un firmamento puramente ceruleo?

Suddetta prominenza eccellerebbe persino il deificato Parnaso,
sintantoché l’erudita scibile attribuita a Pallade ne sarebbe sincopata;
l’almo, sintonico flauto di Pan, dianzi plaudato strumento
dissolverebbe la virtuosa sinderesi essendo circonfuso
in un tale ammaliamento.

Primiero sussurro l’illanguidita musa Erato fuoriesce acchetato,
timorosa che una bieca megera od un’iniqua aruspice
possano predire una maculata, biliosa procella,
tuttavia la mirabile deità proclive a siffatto
Eden terrestre scosta defettibili carmi per divellere
imbibiti ditirambi rivolti all’elevatissimo Dioniso.

Orgogliosa adulo l’enfiata mia epa gestante,
con te al mio fianco non temerò né veleniferi ofidi,
ne paventerò lacrimevole obito.

Il tuo inestinguibile nume irraggerà l’alma mia,
il tuo labiato respiro tergerà, redimerà l’inconfessata labe,
laudate felicitazioni sgomineranno turpi lai,
insieme sull’apogeo di apollinea duna erbosa

dominiamo il famulo, cesareo mondo;
neppure il più romito asceta quantunque savio
acquisirebbe la conoscenza del nostro secreto paradiso.

 

 

Le Bramose Aspirazioni Mai Sbiadiscono

Abbraccio queste recondite pagine di vita
nella prorompente musica d’una rigogliosa giovinezza
le cui roride ali ammantano il leggiadro effluvio del tuo corpo,
tastano il miracolo della pioggia che si frammischia
nei tuoi inebrianti baci.

È talmente languida ed effimera la verde età che i bramosi sogni
germogliano persino in venerande primavere;

allora il sole del mio cuore sarà più flebile,
ma il raggio che riverbererà nel prodigio dell’amore
sfolgorerà carminio liquefacendo glaciali stente
in vitree acque ed inalbererà sfavillanti sorrisi
senza dissimularne l’ilare volto.

Tu solo espandi il consacrato fulgore
appartenente alle travolgenti emozioni giovanili:
il suo rassicurante calore rasenta persino le mie smanie più intrinseche,
la sua succulenta linfa vitale permea il mio labile cuore
alimentandolo di benefiche passioni.

I tuoi cristallini occhi albeggiano nei sanguigni tramonti inoltrati,
annichiliscono le tenebre che vessano il mio trepido animo.

L’esalazione dei tuoi estasianti pensieri mi satura la mente
come inumidite gocce di rugiada,
scintilla negli angibordi maggiormente cupi
sopraffacendone il sordido torpore.

Durante i rigidi inverni, pur avendo abbandonato
la floridezza giovanile le mie gote non saranno lise
per il fugace corso delle stagioni, né i colori del mio animo
saranno pervasi da nostalgiche sfumature, poiché la tua presenza
sarà raffrontabile ad una sommossa, perturbata onda
che cullerà le rive su cui s’infrangerà.

Nelle aulenti domeniche primaverili il mirabile capolavoro dell’arco vitale
ossia i nostri figli, volteggerà con un fervente impeto
rinvigorendo le stoiche brezze boreali.

 

Le Risposte Che Cerco Sono Nel Tuo Cuore

 

Talvolta intervallo il lasso del mio quotidiano ponendomi i seguenti quesiti:
”Quale sarà l’ultimo mio giorno di gioventù?”

“In quale circostanza il nitido specchio rifletterà la mia parvenza soggetta ad un notevole processo di senescenza?”

“Fino a quando potrò correre indefessa nei verdi, sterminati poggi?”

Solo allora gli spasmodici sforzi d’illeggiadrire le mie fattezze,
d’aggraziare la mia foggia risulteranno fatui come i tentativi
d’enumerare i fiocchi di neve che si posano su gelide terre antartiche,
melensi come le indicibili fatiche d’un gabbiano
nel compiere un volo privo d’ali.

Queste risposte non sono astruse in un remotissimo ed occulto luogo,
bensì preziosamente celate nelle folate del vento amico
i cui aliti prillano maestosamente e con voluttà nel cielo turchese.

Ho conosciuto la libidine di delibare le tue labbra,
ho accarezzato il tripudio d’ammirare occasi settembrini
avviluppata in un trascendentale abbraccio,
ho saggiato un pretto stato di nirvana udendo l’eufonia della tua voce.

Sono pienamente memore a Dio poiché potremo prolificare
meravigliose, splendide creature, alle quali imprimeremo
le portentose opere che ha compiuto,
esplicare le rette, cristiane ed evangelizzate leggi dell’esistenza,
la munificenza dinanzi a coloro che si prostreranno affranti
da prevaricatrici abiezioni ed insostenibili umiliazioni.

Amo i miei prosperosi ventisei anni,
vorrei che recassero felicità a coloro che ne ignorano il significato,
rassicurante calore a coloro che ne sono frustati causa frigide angosce,
fulgenti raggi a coloro che vacillano nel buio,
amore a coloro che vivono emarginati e che possiedono
la compagnia d’una profonda, inossidabile solitudine.

Danzo nell’oceano della giovinezza galvanizzata
dall’esilarante euforia di conquistare straordinari valori,
raggiungere impossibili mete al tuo fianco.

 

 

L’eccelsa Fanciulla Vive Il Mondo

 

In quest’irrazionale realtà, le cui dogmatiche disillusioni
tracimano plaudamente ore soffuse d’arenati sentimenti,
cerco di mitigare l’astratta seppur impetuosa inquietudine
che plasma tangibili sussistenze proliferando
insondabili, colossali voragini deterrenti.
Vorrei che la soave pioggia settembrina
planasse sopra riarse aspirazioni sfoggiando l’irrompente,
folgorante passione, ossia alacre virgulto

dal quale sfocia l’ignea fiamma giovanile
sublimemente inestinguibile.
Malgrado le corolle primaverili abbiano sbocciato
selvose appariscenze, ripugnanti fetori
saturi d’irreversibili struggimenti vessano la mia assoggettata mente
contaminando blandi raggi salubri fascinosamente procreati.
Estirpo accorati gemiti col cuore:
un travolgente flusso cosparge opache sponde,
caliginose colline lacuali, sbiaditi giardini agresti;
invade tumultuoso sradicando tenui palizzate,
rosei miraggi, paradisiache concupiscenze attecchite
nell’eccelsa leggendaria fanciullezza,
ora ridotte in sgretolabili, utopistici sospiri…

Ma com’è possibile obliterare l’indelebile?
In quale modo si può dunque tramutare invulnerabile ciò che è sostanzialmente fragile?

Per quanto osi ciò foggio solo vigorie che si scalfiscono contro scoscesi scogli,
sinché discernono rincuorante spiraglio:
un’aggraziata bambina sorride briosa,
interpone gioconde risate a teneri sorrisi,
fluttua euforica l’estrosa cesarie fulva.

Amena dispiega un lato fermento ed asserisce:

“Spero di poter crescere come te!”

Ciò che assedia efferatamente il nostro plagiabile senno
abbisogna serbarlo integro, senza nemmeno solcarne o lambirne eventuali sporgenze, il vento amico spazzerà via tutto trapassando glauche acque oceaniche.       

 

 

L’indissolubile Genesi

 

Quando ho saputo che saresti partito oltreoceano
due fugaci ma nel medesimo frangente incoercibili emozioni
sono state germinate dalla mia mente:

anzitutto l’inebriante, vivida gioia di saperti felice,
in secondo luogo ho respirato un leggiadro aroma
la cui erompente essenza soffonde
corporee folate australi prettamente malinconiche…

Tali brezze mi pervadono durante terse, floride giornate primaverili,
nelle quali germogliano venuste eufonie ed il loro mero,
viscerale sibilo riecheggia roboante cospargendo cerulei lembi siderali
mediante rigogliose reminescenze giovanili,
esse librano indefessi sovra sempiterne soavità eteree.

Percepisco un’empirica irrazionalità qualora sfocio
i miei più congeniti sentimenti all’interno d’un vorticoso estuario:
contemplerò euritmiche gradazioni autunnali conscia
che l’analoga, sublime beltà a te sarà plasmata
sotto la foggia appartenente ad un dissimile cielo;
saggerò succulente, ineffabili profumi le cui irrepugnabili
virtù fluttueranno tronfie, rugiadose d’endemica luminescenza
permeando la tua venerata, ebbra, fervorosa New York.

Ogniqualvolta irrorerò reconditi oceani liliali,
ovverosia bramose pagine ove anelo
assurgerne l’adamantina profondità, cadenzerò armoniosamente
qualsivoglia capitolo le cui ingenite, intrise linfe imperleranno
aitanti disadorne vacuità cagionando inemendabili speranze fraterne:
ardo di “procreare” attraverso nivei, esteriormente vitrei fogli
dogmatiche passioni e possa Iddio prestar imprescindibile manna
tangibili, palpabili sentimenti…

Fremo affinché lindi, furoreggianti zefiri nonché roridi eremi
partoriti da esili fonti sorgive sorseggeranno squisiti estratti;
predetti olezzi sonderanno coriacee, insigni roccaforti
e a te sarà concepita l’indissolubile genesi
d’assaporarne l’eguale sapidità seppur in un eterogeneo paese.

 

Frondosi Romanzi Tu Desti

 

Assiomatici valori sedimentati nel libro vitale
da me genuinamente prosperato
compenetreranno proditorie nubi planando benigni
su lussureggianti promontori, onde n’eternerai
l’insita sussistenza e tonificherai giovando gagliarde
propensioni la veneranda, attempata cesellatura;
così anche la più cagionevole fronda gravida
della nostra caleidoscopica amicizia apporrà
ineluttabile glossa sul miracolo esistenziale:
stormirà solerte effondendo idilliache ambrosie,
le quali umanizzeranno rifulgenti paragrafi,
preminenti concretezze relative alla nostra novena adolescenziale,
di cui sto tuttora sorbendo l’edenico nettare.
Saggerai l’omologa, intelligibile euforia per mezzo della quale
attingerò diafane, ialine facciate in qualsiasi sprazzo che saturerò
inturgidendolo con sinfonici, limpidi scritti;
essa ti circonfonderà temerariamente sebbene
ritmerai il suo volteggio in una dissomigliante nazione.

Effigi sacerdotale strenui virgulti nell’inarrestabile,
invitta giovinezza fregiando iridescenti sfumature
aliene alle maggiori, folte evanescenze,
astruse dalle più rose senilità:
se dovessi annacquare l’abbacinante lucore
profuso in questi fiorenti anni sgorgherebbe stentorea
una preponderante, ciclopica ondata che tracimerebbe
con dardeggiante veemenza pregne titubanze,
scolpite meticolosamente durante frigidi solstizi invernali.

 

In Te La Primavera Sorge

 

Benedico l’ultraterreno, apollineo miracolo giovanile

il cui incandescente culmine avvampa fiammifero
addentro incommensurabili semplicità puerili:
esse disperdono traslucide, inestricabili ambizioni,
propagano aurei poemi azzimati dall’insopprimibile,
imperscrutabile commozione preternale.

Centellino amena l’edulcorato elisir che forgia mirabilmente
sfolgoranti e pudibonde speranze:

comparabile ad un vivido, regale luccicore
ansimo il prodromo occidentale canicolare splendore,
divulgo intrepida voluminose semenze sciorinando
con feconda baldanza, granitica dedizione
rosati,  proficui fermenti astrali.

Aleggio sfrenata assieme soprasensibili ebbrezze tattili:
mitizzo il loro aggraziato frascheggiare;
eludo perniciose afflizioni, veridici accoramenti,
sfioro solenni beatitudini se polarizzo caustici stati d’animo
verso il tuo provvidenziale, esteso e misericordioso aiuto.

Loderò smisuratamente il Signore poiché nello stinto
prosaico di Daniela ha battezzato la pia conoscenza
dello stupendo, indefinibile Howard.

Amerò perennemente la vita dacché
ha accorpato, commisto i nostri itinerari
seppur compiutamente difformi

in una disgregabile ma nel contempo insolubile similitudine,
la quale lievita in modalità pervicace inviolabili motivi,
fruttuosa felicità per cui vivere.

Attraverso un’indefettibile, inequiparabile semplicità
hai ottemperato l’inverosimile miracolosità

di stravolgere la mia bovina esistenza
umidificandola con radiose, rosee gocce di Primavera.

 

 

Vacui Rimpianti

 

Come la più bigia pioggia autunnale può racchiudere propizia primavera,
persino l’illanguidito sibilo australe diffonde solenni armonie fortificanti.
La singolare magia del sole è che possiede svariati raggi:
essi fendono massicce nubi lattescenti
rilucendo qualsiasi creatura sottostante;
ciascun barlume risveglia l’indicibile miracolo per il quale occorre vivere.
Talora appanniamo volutamente scintillanti bagliori
eppure il disegno di Dio fa sì che noi possiamo
esalare nuovamente smaglianti sfolgorii.

“Se possedessi la tua lucentezza fronteggerei il mondo coraggiosamente:
espanderei rosee prospettive, materializzerei sospirati scopi
debellando l’eterna limitatezza della quale sono innegabile succube,
scorgerei palpabili orizzonti naturali più zaffiri,
ma principalmente sarei vista come un’altra Daniela…”

“Puoi naturalizzare ciò senza indossare un’oppressiva maschera,
la quale lederebbe l’indole munifica tua inconcussa valentia;
la Daniela adulta coltiverà gli stessi rubini sentimenti
eccezionalmente ingenerati dall’innocente,
fievole, tremebonda fanciulla
che ora vorrebbe modellare una nuova identità fallace,
ignorando l’eccezionale prodigio di cui è fulgida protagonista!”

Riprovava, stigmatizzava la tua seducente voce
priva di qualsiasi prosopopea, spoglia di qualsivoglia sussiego.

Howard emettesti cristalline docilità, sanasti lancinanti strazi,
dirompesti l’inenarrabile asprezza propagatasi,
simile ad una sinuosa, vessatoria diramazione
contro cui nessuna piazzaforte sarebbe rimasta incolume,
unica eccezione il tuo vellutato, zuccherato sorriso,
esso avrebbe franto quella greve propaggine intima.

“Spesso perdiamo la figura terrena dei nostri cari,
una presenza più carnale ci veglierà dal cielo senza mai abbandonarci
…”
Una proposizione assiomatica di cui ora interpreto
e ne venero l’inconfutabile contenuto.

 

 

La Più Semplice Profondità

 

Mi carezzò la fronte originando benevola consolazione:
come se quelle soffici mani volessero disinquinare, bonificare
ferite impercettibili, infinitesimali al cospetto dell’ottenebrato occhio umano,
trafitture distinguibili, ravvisabili solo attraverso
una trasparente dolcezza fraterna.

Nessuna medicina, nessun analgesico avrebbero potuto dissipare,
fendere quell’abrasiva contrizione, sarebbero gemuti come sterili antalgici…
uno spontaneo, luminoso gesto d’amorevolezza si manifestò
provvido più di qualsiasi altro lenitivo.

Disperavo affinché fossi diversa, serbassi valevoli ed aitanti ideali,
effettivi obiettivi.

Invece i miei scipiti, esangui giorni percorrevano un assimilabile,
uniforme tragitto denudato da crocicchi, diramazioni,

uno sfregiato cammino avvolto da biasimevoli soliloqui
affiorati a causa di summenzionate carenze, immonde carestie;
abbracciavo una realtà emarginata, recisa da vitali intenti
che sospiravano, prelibavano l’ambito proemio mattutino:
per quale contraddittoria ragione avrei dovuto attendere
ferventemente la prolusione levantina se il mio vizzo, flaccido quotidiano
scolpiva un’arida normalità istoriata da plumbee esiguità,
le quali ancoravano sovra inabissate inettitudini sempre tempestive
a sopraggiungere la disillusa superficie?

Spandei lacrime amare, spauriti oceani discosti da rive ospitali
in quanto l’incomputabile massa acquosa avrebbe proseguito
verso l’affine rotta oscillando nell’estesissimo spazio senza
collimare alcuno sbocco favorevole.

Quali erano le mie vocazioni? Asfissiante interrogativo oscillava selvaggio…
Tu oppugnasti caparbio, veritiero:

Nella vita le conoscenze si acquisiscono immergendosi sino agli ardui fondali,
galleggiare è relativamente semplice ma i nostri giorni debbono respirare la
profondità propria delle cose, l’essenza naturale appartenente a qualunque persona,
talvolta potrebbe risultarci vacuo allora smettiamo di cercare ma in quei casi
anche il minimo, lieve spiraglio può contenere un inestimabile talento,
bisogna anzi si deve vivere prima la profondità per poi riemergerne
con gli immensi valori
!”.

 

Icastico Miracolo Della Mia Vita

 

Sublime estasi deliba la percezione del mio aggiogato olfatto,
neppure la più vorticosa, tumultuosa, ferina bora
ne dissiperebbe, stempererebbe l’aulente sussiegosa essenza,
essa compenetra turgida addentro la viscerale linfa:
permea, satura, conquide purchessia loggia corporea
evincendo gli imperturbabili e tetragoni turbamenti diacciati
insiti mediante ancestrali, avite origini inconfessate.

Un edenico olezzo che trasumana l’antelucano primiero fulgore:
alesa rarefatti livori, oblia, soverchia tracotanti acrimonie;
vereconda nirvana procrea tale eccelso, sovrannaturale elisir,
afrodisiaca beatitudine che imbevo, accorpo epulona;
quantunque idilliaca l’ambrata floridezza sementata lussureggiantemente
dall’empireo primaverile, ebbene codesto aprico profluvio
trasparirebbe congenere ad un disdoro qualora comparato al tuo cospetto.

Eraclide gagliardia dardeggi poliedrica nella maggior recondita cosmogonia acclarata,
sebbene purulenti accoramenti torreggino paventati
all’interno dell’illune, plutonico apogeo,
tu traluci l’immisurabile tenebra sedimentata con veemenza
ed epuri il fetido, appestante cesareo putire.

Durante gemmei silenzi crepuscolari aulisco ammaliata
gli apollinei, edonistici baci che alitasti, umanizzasti
sulle mie rosee, sitibonde gote pervie.

Ridesto ubertose leggiadrie ove
in un’illibata puerizia soffondevi cherubiche blandizie, serafiche carezze,
perpetuavi quegli attimi fugaci traspirando gemine icastiche celestialità:
sericee rimembranze delle quali assaporo voluttuosa ed avida
l’ultraterrena sapidità che subissa pravi, mefitici miraggi utopici.

Un melodioso, aurifero iterare mai isterilito o ripudiato,
consimile ad un aurorale parto esso ingenera adamantina reviviscenza:
tu erigi, forgi la virginea, perspicua semplicità con cui miracoli la mia vita.
 

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