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Monte La Civetta, di Gaetano Gulisano

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Ti vedo roccia nuda e possente, ma muto mi parli monte imponente, t’appellan come il rapace uccello e usi le nubi come cappello.

Della civetta hai la parvenza  e della roccia la sua potenza, quando il sole ti viene a baciare dai luce al Forno di Canale.

Ti dicon spoglio di spirto vitale, e che, agli umani non puoi parlare, ma più ti rimango a contemplare e oltre sento il tuo narrare.

Di gente dura senza sgomento, che per la valle senza paura dall’alba al tramonto duro lavora. 

Narrami oh monte di quella gente che ignara d’esser di  razza uguale folle si volle sterminare. 

Sento il tuo pianto maestoso monte, li nomi figli quei prodi alpini sia Austriaci che Italiani, che la follia di un attentato uomini in belve a presto  cangiato.

Ancor tu gemi nel tuo narrare e ti domandi con gran stupore, perché quei figli dell’alpi belle udir non seppero le favelle, che con muta voce quei monti urlavano e alla pace le genti invocavano.

Oh caro monte dall’ali abbondanti, ancor mi narri di guerre furenti, del  cimitero dei figli tuoi che fu il fratello tuo Lagazzuoi.

 Ancor io odo il tuo singhiozzare, mentre ascolto il tuo serio narrare, di quei figli sepolti in altra vallata sulla sorella tua Marmolada. 

Che gravi accenti io colgo col core, mentre mi narri di sì tanto orrore, che ancor non stanchi di guerre immani, or sei tu tomba di quei partigiani, che per liberarci  dall’oppressore, caddero fieri con onore.

Dunque comprendo perché mi parli con così grave supremo accento, perchè io narri al mare e al vento e alle genti di tutto il mondo che non ve roccia possente e muta se l’alma in sorda non si tramuta. 

 

Gaetano GULISANO