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Lina e altre poesie, di Simone Veltroni

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Lina

Il pianto sferro
all'immenso dolore
che il pensier cagiona
se improvviso invade
il tuo bel viso la memoria
a pugnalar violento il petto,
e sgorga forte,
in salati fiotti
e scuote le membra
e brucia il cuor
che a lungo stento ritrovar riposo.
Allor m'avvio all'arida zana
dove secco e sodo è il terreno fenduto
e mai nessuno appare che
nulla attrae di simil luogo,
avverso e remoto,
le grintose genti,
e sol'io la polvere impronto
di friabili orme.
Qui vengo a trovar sanità
dai grevi pensieri
e le ferite curar
giù lento calando
per la buia cuna di siepi e spine protetta,
dove sempre rampolla novella speranza
a inondar sù
la secolare zolla.

 

Masha

Indossi vesti da 21 grammi,
hai freddo
ma vengono a te per scaldarsi,
sognare vite passate,
sperarne future
il tuo presente è ombra sul catrame,
nero su nero
e fari bianchi ti spiano,
indagano le sporgenti ossa di cui vai fiera
ricorda,
non lasceranno fuggire i tuoi sogni ormai,
dimenticati
non spiccherai il volo in tacchi alti,
lo sai
ma sei bella,
ti consoli dicendo alla notte
mentre la Luna muore e speri non sia per sempre.

 

Viera

T'essiccasti al sole nel deserto,
s'abbattereno su te le dieci piaghe,
una ad una ma
non guastarono la perfezione umana dei tuoi occhi,
non insozzarono la bellezza
ch'or non più sui fianchi e le gambe scorreva,
nè s'adagiava sul materno seno
ma s'emanava com'aura
forse dalle nari del naso
dall'impeccabile taglio
o dai sani denti il lucor
l'imprimeva,
forse,
ma certo dagl'occhi insuperati
la promessa eterna
di serenità
e godimento infinito,
chiara, s'effondeva.
Rimasi incollato al fico spezzato che furon le tue labbra
e l'intento neglessi di stornare te
dall'impietoso veleno bramato
com'io nella notte,
fra parcheggi, questure ed ospedali
il tuo miele agognavo.
Chi non conobbe di te
il paradiso dei tuoi occhi
e l'inferno della tua vita
penserà ch'io m'infatuai
ma son aldisopra d'ogni sospetto
che non m'innamorai giammai di te.
Nei tuoi occhi riposavo
nella tua vita mi dannavo
in pianto, disperata
abbracciata a me
ti ritrovavo,
e come niente può
imporsi al veleno
nulla sopraffare sulle preghiere d'angelo
che stretta ed odorosa
recitavi al mio orecchio attento
che mai aveva udito tal grazia
e così t'amai,
un sol giorno, come le rose.
Ma ora cosa fai lì ferma, supina,
chiusi gli occhi,
le mani giunte sul ventre sfinito,
sol il tuo profumo riempie
quest'angusta stanzetta,
dove son gli amici, i clienti, gl'infami spacciatori?
La natura tutto ti aveva donato
tutto hai ceduto ad un granello di bianco sterco.
Sol'io son qui che piango e nessuno vede,
nemmeno tu.

 

Lontano

Fresco e tagliente
il fragante odor dei travagliati culmi,
di lontano l'eco di voci e schiocchi di risa bambine,
da là i suon festosi si levano
e via rapidi s'inoltrano,
laggiù...nella notte,
rasenti i rami,
lambir le foglie già crespe
e librar fra le tremule luci appese ai magri fili,
varcare in fuga il breve ponte
e oltre...ancor oltre le cime boscose,
le valli aperte
sinchè l'dubbio m'arrende,
ma non dispero un dì
la ritornanza mia scordar.

 

Velette di nebbia

Velette di nebbia
come anime in viaggio
fluiscono spedite
torno torno al picco,
concretando l'arie
fra gli alberi scuri di pioggia.
A cercar quiete
dalle fonde se ne vanno
mentr’ io,
infimo,
scruto invidiando.

 

In affanno

La violazione
cruenta
t'ha soggiogato
Il peso sulle reni
impresso il marchio dell'infamia
Pretendesti l'immunità
nell'età imprudente
vagando per la resola oscura
affianco di un'orgia d'animali insani
di lussuria deliranti
Fra loro
il più crudele
concupì il possesso
della sensualità incelabile
nell'ingenua tua figura
Opponesti un rassegnato resistore
che la minaccia di morte
era nella sua ruvida stretta
nelle sue spietate percosse
Stillarono sangue
gli occhi vitrei
in una fissità siderale
insieme alle stelle
così lontane
e la purpurea luna
In affanno mi destai
e ruppi in pianto
m'alzai allora
e al balcon m'avviai
l'aria
carica d'odor di fiori estivi
estasiò lo strazio
fra le ciglia di stille colme
t'invocai forte in silenzio
e il vento placò l’afa cupa
carezzando lieve l’ombra
della notte
le stelle fitte e tremule
raccolte intorno alla luna
l’onde delle fronde in canto
rane e grilli in coro
rasserenarono l’animo mio
turbato
m’accorsi
in fondo al vialetto
una coppia per mano
indugiar
come fu per noi
in quei tempi lontani
quando le mie labbra sfioravi
e profumavi più del tiglio
dove i nostri cuor incisi
non sanguinavano ancor.

 

Come la morte

La violazione
cruenta
t'ha soggiogato
Il peso sulle reni
impresso il marchio dell'infamia
Pretendesti l'immunità
nell'età imprudente
vagando per la resola oscura
affianco di un'orgia d'animali insani
di lussuria deliranti
Fra loro
il più crudele
concupì il possesso
della sensualità incelabile
nell'ingenua tua figura
Opponesti un rassegnato resistore
che la minaccia di morte
era nella sua ruvida stretta
nelle sue spietate percosse
Stillarono sangue
gli occhi vitrei
in una fissità siderale
insieme alle stelle
così lontane
e la purpurea luna
L'anima franò nella nuda terra
sepolse la sua luce
I sentimenti nascosero i loro petali
in fondo alla gola strozzata
I sensi seccarono la fresca rugiada
sui pori offesi
Quando il lurido maiale
egli stesso sfinito dal suo vomitato letame
sbavò il suo ultimo marciume
sulla tua candida pelle
di pesca odorosa
riofiorì timido il respiro
l'ultimo artiglio della belva
si confisse ancora
nella tenera carne
Avrebbe
quel ricettacolo di tutti i putridumi
ripreso volentieri
la tortura maledetta ed efferata
avrebbe
la sua mefistofelica smania
continuato
potendo
per sempre
nell'ignobile follia
Ma l'uomo
per sua fortuna
non è immortale
e la libertà
per chi resta in vita
possibile
Mentre il redo ansimava
reduce dal delitto commesso
ricomponesti lo smembrato essere e
sui tuoi passi ritornasti
che albeggiava
incontro a me
che non ero stato lì
e non mi do pace
nel vederti sfigurata
Il tuo indicibile dolore
sollevare vorrei al cielo
La colpa
della mia stupida assenza
pesa come un'universo
su di una capocchia di spillo
che è la mia coscienza

 

Fra cielo e terra sulle onde

L'albero di mimosa ancora immatura
compie coi suoi rami al vento
dei piccoli cerchi
Il magro roseto laggiù
di un'unico stelo
resiste alle docili folate
e brillano le sue foglie
all'accecante sole
che buca il cielo terso e freddo
La primavera non è lontana
e si mischia l'inverno morente
a questo improvviso caldo
in un contrasto netto, asciutto
La magnolia dorme apparentemente
i rami scuri immobili ossuti
sembrano di pietra indifferenti
al sonnacchioso ondeggiare generale
Com'è soave ascoltare il vento
ad occhi chiusi
leggero e frusciante
che soffia la sua fragranza
permettendo alle mie senzazioni
di fluire fino a un luogo distante
al limite del mio tempo
Sembra di levitare sul giardino
come una foglia attardata rimane sospesa
sorretta da morbidi palmi
della stessa sostanza dell'aria
L'ampio sibilo del vento
mi trasporta come un'onda
ad infrangermi in delicato approdo
per subito risucchiarmi con soffice richiamo
in quelle spiagge lontanissime
dove l'orizzonte è piano
e inarrivabile allo sguardo
Un rintocco di campana blocca
l'amebico movimento del mio animo
ma poi quando il suono si fa più flebile
come si allontanasse
riprendo il volo seguendolo fino alla sua scomparsa
Comprendo che posso arrivare solo fin dove odo
Le persiane steccano ai colpetti del vento
tracciando l'aria trasparente in righe spezzate
sulle case illuminate d'oro
Anche il rombo quasi un fischio cotonoso delle automobili
normalmente a me fastidioso
che ora percepisco in lontananza
ha la sua grazia e un magico incanto
Come spicchi di luce
s'accendono fra le mie palpebre chiuse
improvvisi gruppi di cinguettii
Sembra il paradiso allungare le sue estremità
Fra un rumore e un suono il silenzio assoluto
occupa come vivido riflesso lo spazio vuoto
La pianta sul balcone della mia vicina
gli angoli dei tetti
la vedova giù buon giorno dice ad un passante
Scalda questo sole ma il lieve vento è freddo
e costringe a vestire ancora abiti invernali
spesse coperte la notte
Il sole è ormai alto

 

Spettri

Trasalgo nel rimembrarti in queste note
nel lontano profumo
di notturna primavera
che accoglieva di grazia
ogni mio fremito
Ancora il fiume scorre
sfilando come allora
gioie di luce
e lacrimosi ori
Nella prospettiva di questo ponte

dove il faro illumina le antiche presenze
sfugge l'immagine tua
al mio tattile desiderio
L'attimo di panico che ne segue
ammorba la freschezza che alita
fra te e il lieto vento
M'accorgo di come
sia deserto intorno a me
dalle finestre aperte
nessun s'affaccia
Mi dicesti
soffrirai per me
sarai così miglior poeta
Non son migliore adesso
che luccica il mio pianto
e in ciel non vola
promessa alcuna.

 

Salpa

Lima il tempo noiso
d'istanti secolari
e fervi di salpare
la rotta è senza fine
Non esisti che in te stesso
e sol lì ti convien 'ndugiare
Dietro te
l'uman dolore
avanti a te
l'imman solezza
dei sovrumani intenti
Concedi alle pene
di migrar altrove
la zavorra affranca
dai grevi ossi
L'orizzonte irraggiungibile
non falsi l'impeto
i veementi sensi affoga
Cosicchè
io ti dico
Ridi bella bocca
di sprezzo colluvia
nè a Marte o Nettuno
il mio cuor s'attrae.

 

Non c'è nessuno

Mira attorno
la notte
pasce i suoi dubbi
ronza nelle orecchie
il silenzio
e la vista 'scura
Placa il grido
non c'è nessuno
Luogo al coraggio
non saggiare
se n'è andata
Siedi
le membra stanche
riposa
Adesso giaci
sui freddi cespi
scruta la volta
di stelle rare
Respira fondo
la notte è nera
la Luna contraria
estinta
l'astrema luce
Sigilla gli occhi
dimetti il corpo
l'ammanteranno gl'insetti
Non ci sarà un'altro domani
e questo t'allieta
Lungi da te l'effige di lei
e dormi sereno
la notte è fonda
e non c'è nessuno.

 

Sasha

Discreta
affinata
alla vanità arresa
alla consunta vita
di gualmate pelli struscianti
che illusi guaragni
revellono
in impudenti rischi
Dallo sguardo tolteco
contornato da finissimi fitti
e morbidi biondi capelli
è una sacerdotessa che l'anima squadra
Singolare bellezza
con umiltà esposta
custode dei misteri
nel luogo profondo
in cui dimori libera e sola
Sasha
In gualiva strada
fissi i tacchi
il pensier velato
rintanato il cuor
che cibi in minuscole dosi
di amorose verità
Materna comprensiva
docile amica
Par che
non abbisogni d’alcun cosa
ignoto il sostentamento
ma le gote son rosse
il seno pieno
Dagl'occhi tristi
dirompe una severa calma
che fa trattenere il fiato
nell'attesa d'un sorriso
ha trasportarci in etere
al reame dei sensi
che tu domini
come la fata fa
con la natura

 

Cos'era

Cos'era
che quella musica nostra
agitava in petto?
Il tuo esotico ballo
e le tue gambe
giovani e forti
le braccia levate in alto
i polsi roteavi con arabica grazia
ora seria or di riso piena la bocca
sfilavi
e il bacino in onde cadenzavi
non eri volgare nè leziosa
ma vigorosa e precisa
sopratutto bella.
Perchè quella musica ancor forza
verso il profondo pozzo
di pianto già colmo
e al suo opposto
in una terribile tensione
che mai risolve?
Perchè rabbrividisco a queste note
mentre vivida ti ricordo ballare?
Balla
balla ancor per me
non ti fermare
io vivo sul solco che le note han tagliato su di me
in un morbido passaggio
del tuo sinuoso abbraccio
che mai volesti
con amor donarmi
e di ciò
io
sempre piango