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Inno alla libertà e altre poesie, di Chiara Conti

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“Inno alla libertà”

Vi prego signori, rubatemi a poco a poco gli
infiniti spettri dell'anima, violentate
noncuranti ciò che c'è da offrire,
arrampicatevi pure come edera velenosa
fra i veli del mio ottimismo, strappandomi
dal cuore piccoli soffi di vita.
Non c'è paura alcuna,
rimarrò qui,
inerme
e piena di volontà.
Giudicatemi ad ogni errore,
potrete trarne gratificazione.
Infangate il terreno che dovrò calpestare e
gridate invano il nome mio
fra nebulose di stelle,
implorando chi più v'aggrada affinchè ne derivi
la giusta punizione.
Chiudete di ogni chiesa le porte,
pregando chicchessia di modo che
mai io riceva garanzia di perdono.
In fondo cosa credete che me ne farò?
La soddisfazione più grande
sarà sentirsi come bianco pesco
fra miriadi d'ulivi.
E che il vento
dischiuda pure delle più immonde
la sua fame più forte.
Canterò in piedi al mio destino
d'un soffio così fragile e dolce di
libertà che madre natura non potrà
fare a meno d'accennarmi un
sorriso... e lo stato di me,
fiore diverrà.. e di tutto ciò che ho scritto...
di nulla più niente m'importerà.


“Magia di seta ed abaco viola”

 

Un frappè alle fragole,
una conchiglia raccolta in spiaggia da una bambina,
sentiero di pratoline incerte,
un profumo di acquavite e muschio,
crema da vanigliare,
un lanciatore di dardi
ricamati a mano da Remedios la Bella,
cornamusa celtica di raro tessuto,
un bicchiere per una metà pieno, per l’ altra
fatto d’ aria,
un coltello a lama sottile,
un condimento orientale,
una Fenice incisa a totem presso qualche tribù,
un fenicottero rosa.
Magia.


 

“Baci di dama”

 

Mormorii fradici di speranze bagnano
Murene amaranto prigioniere dei propri sogni
Amanti giocose, fugaci complessità dei cuori
Anime fiorite ad ogni stagione, come pitture d’ uomo!
Fragili donne Assorte, marmellata di fragole, fra loro.
Lucide e morbide negli abbracci
Amiche vanitose, care, Narciso apostrofato
dalla perdizione in mezzo ai loro oblii Narciso
che fa capolino da un brillio di sguardi Narciso che mostra
e prostra Sè da un pendente di cristallo di rocca.
Impressioni.

 

“Costrizioni”

 

Puerile il cappio che costringe i baci
pungenti fogli di macchie nero su bianco
Ed io che piano smarrisco la fede.

 

“Senza titolo”

 

Distrattamente e come quadro espressionista
di fior in fior inciampa l Occhio d’ Alchimista
la vista scruta cerchi ad angoli smussati
la perfezione è immagine, son input limitati
ad uno spazio etereo volto appunto a perdurare,
son accezioni minime che tu potrai incontrare.

..eppur il viso è assorto, si gode la ricerca
si mostra soddisfatto in mezzo alla conquista..

..salvia e timo, folle, sole e fiera di Scarborough
lì fra i droghieri il Mastro acquista nuova Spezia,
nel cuore Lei un ritratto, la piazza di Venezia,
romantica e profana, città dimenticata
mi sento a volte insana.. la pelle è delicata
così come i sentori che mi passan per la testa
io come l’ aria io brezza, io che muto poi in tempesta..

[..tempesta]..quale acqua! non è forza contrastante..!
la terra non può niente il vortice è sprezzante
..e l unico elemento che tornado può apprezzare..
è il Fuoco che alimenta sé col vento d’ oltremare..

 

 

“Il senso del tempo”

 

A fissar spesso in material concentrico
acuti inquieti d’ una rabbia vana
penso convinti di ottener invece
un’ appagante rassicurazione
son solamente gli animi boriosi,
che i geometrismi della perfezione
fan sospirar un credo di potenza.
E non arrivan all’ inconvenienza
Che tal ritegno invoca un’ illusione
Che vanta un brivido d’ onnipotenza.
Il tempo in pena mostra alcune nubi
Con sfumature sature di dubbio
e appresso scorta celestiali fumi
ad invertir il gioco umano e folle.
Così l’ immobile a cui diamo vita
un vitreo specchio che riflette resta e
La verità ch ’è sotto ignari occhi
Si pone muta sopra questa testa..

 

“Trampolini”

 

La bussola è perduta
e quel che manca reca a sé dover di riscoperta.
Contatti labili col proprio io
Legami
di cotone
che sfiorano vulnerabili i volti di mia madre Essenza.
Esistenza latente.
Ombre,
che giocano
come piccoli fauni fra i formicai distratti nella strada,
Gremita.
Ricerca, dannatamente scrupolosamente,
Inquieta. Irrequieta. Ed io,
Sempre più
dell’ idea di dover sprecar meno parole
e versar più vino in fondo a quel malizioso ombrellino da signora,
capovolto.
Questo treno è messaggero
d’ un antico silenzio, racchiuso
fra campanule dorate d’ ottone
Questo treno
è un monastero che non c’è più,
è un padre severo
che ti culla fra sprazzi di cielo..
e ti consola con qualcosa,
che permane.
La modernità
mi interrogo -a voce bassa-
è un tagliacarte di vimini
che prima o poi riuscirò a districare.
Involuzione. E perché no.
Voglio vedermi danzare
nel vortice di pioggia del suonatore Jones,
appesa ad un faro d’ Irlanda appoggiato
su d’ un masso disegnato da Magritte.
Chiudere l ‘ ombrello
aprire la bocca e l’ anima e
abbeverarmi,
avida.
Non svegliatemi più.
Sto sognando di comporre
il puzzle d’ un arcobaleno
le cui diramazioni han perduto il cromo.
E sto cercando quel cromo
mentre con un occhio vedo d’ una nube
Un drago. Sospriro.
Dove sono.
I trampolini. Che
non son rampe di lancio. I trampolini
sono tele e cornici son solo ritagli,
perché Complessità
trabocca
dalle piscine di ogni giardino barocco.

Il trampolino regala la beltà
della trasformazione,
il trampolino che al contempo è paesaggio e
soprattutto
- passaggio -

La bussola è perduta. E adesso
errabonda neanche fossi un cappello in aria,
viaggio. E tutto quel che cerco
è un trampolino.

 

“Ben poco”

 

Ho ancora il sapore di te
Nell’ Ego che hai amato.
L’ odore.
Ed è come ricordo di sogno a pezzi,
È cristallo che fende l’ Aria e
Il fuoco che ti brucia dentro
l’ ho toccato. Sai?
Un turbine.
Un temporale estivo,
una sinfonia di Mozart.
Hai un pianoforte nell’ anima?

Nutrita della tua incomprensibilità,
E della mia. Istanti.
Nomi, parole, voci che inventano giochi
Fanciulleschi.
Maturità.
Assieme.
Ho accolto fra gli sprechi d’ arterie
L’ Io tuo.
Anestetizzata,
Dal profumo di mille baci
La tua pelle è selvatico lampone
Di bosco.

Nell’ hic et nunc
brandisco in una mano quel dolce nulla..
intenso.
Nessuna promessa di presenza,
[sarebbe menzogna]
Son figlia d’ Aria,
nervosi i capillari del mio corpo
c’ è tensione nei movimenti
come respiro di cuore
non una sistole privata di diastole,
non un vortice senza prima una brezza.
Nessun vincolo d’ appartenenza
Perché siam natura
Te ed Io,
elementi in trazione perpetua.

Ma una vocazione indomabile,
durevole,
uniforme,
costante
È certezza:
..posso lucidarti gli occhi
Con uno straccetto di buffa fantasia:
ricami di violini ed orologi rotti.
Tenerti sveglio
Assieme a me
Per tutto un Tempo
Se un tempo c’è.

Voglio regalarti l’ Aurora Boreale.

 

“Primo Maggio”

 

Ho festeggiato a voce serena
mentre cercavo di trarre l’ esempio
dagli amici, il vento ed il tempo

nube d’ un labirinto

E nella casa l’ odore d’ alloro
si mescolava coi suoi tristi accordi
Ed io brindavo strappandomi il cuore

Io che piangevo per Geordie.

 

Così assetata di vita distratta
ho abbandonato fame d’ arroganza
l’ ho lasciata cadere o sostare

sullo stelo d’ un fiore.

Non ho più un’ ombra di cui stupirmi
Non ho più un volto d’ apostrofare,
Voi mi chiedete un amore più puro,

Io un altro modo d’ amare.

 

Quindi continuo a ridere a stenti
dell’ altrui strana maniera di fare
Tutt’ una vita forzata a cercare

chi salverà il vostro nome

Non un sentiero di rose comuni
Non un veliero di viaggi frequenti
Il nome mio io l’ ho inciso col sangue

sul retro d’ un paradenti.


“Ruggine”

 

Ruggine nelle vene
e rughe d’ espressione sul viso,
“Riso amaro” neanche fossimo tornati
ai tempi d’ una Roma devastata.
Ed io che nel mio globo di latta mi proteggo,
mi chiedo se davvero dovrei iniziare a delegar catene
a chi ancora è convinto di posseder chiavi
per ogni evenienza.

 

 

Questioni di esperienza?

 

Mi vien da dir.. pazienza.
Non fosse l’ intérieur a provar vergogna
basterebbe appena un briciolo
d’ accettazione.

 

“Trovarsi a scrivere”

 

Tanto il tempo,
che sembra essersi disciolto come filigrana bagnata,
sotto i nostri sguardi di insaziabili pensatrici,
tempo che non annulla il maledettismo di cui ingravide siam state,
non sappiam bene quando.
Cara zingara, cara amica, cara sorella, cara creatura che voli alto, sopra queste teste indefinite di esseri confusi...
il flagello che dilata le nostre vene ci unisce e pare vestirci d' un unico abito crèmisi e
porpora ora
è il rosso che ci abbraccia e che accarezza le nostre datità corporee
e le nostre ultime. Quale più del porpora color adesso in grado, dimmi,
d' esprimere con colorazione fulminea
la piaga violenta in cui continuiamo ad inciampare...?
..come volpi periamo in una trappola da Noi fabbricata,
senza dimenticar però di aver lasciato eredi, pronti a ripopolar i boschi.
Ma il dito di Dio
come raggio in mezzo a nubi penetra il nostro mantello di velluto
brucia ogni sorta d' arnese che attanaglia l' involucro
e il contenuto
e libera ogni volta per sempre la presa mortifera
di coscienza.
La colpa del susseguirsi di vittime va ricercata in mezzo al dubbio.
Il dubbio.
Non credi forse anche tu che la colpa risieda nell' epicentro del dubbio?
..assale lo stomaco rinsecchisce la linfa vitale il sangue diviene più scuro ed opaco, o sangue dimostrami che così non è,
da indefinite sensazioni.
Ci uccideranno amica mia i nostri grovigli di poesia che negli organi nostri risiedono
urlando al cielo speranze e rabbia e ancora rabbia nostra
perchè il mondo
è più malato di noi.
Amica mia. Non congiungere il viso al seno in una tetra espressione di sconfitta. Amica mia non esserne triste.
Madre morte non verrà prima che l' ultima lacrima nostra,
dei sorrisi di comprensione nostra nel guardarci nostro ridendo e ballando e scrivendo e lottando
con l' ottemperanza che all' adattamento ai molti sembra non gratificare i nostri spiriti di ninfee,
non volterà per mezzo di vento divino insieme profano sacro e condannato all' oblio eterno,
l' ultima pagina di un libro, ancora vergine.

 

“Teoria”

Sono una questione di neurochimica.
Sono il sito emotivo che viene irritato.
Chiusa rispetto alle cose, quando le cose assumono forma comunicativa.
Sono antimateria.
SONO TEORIA.

 

 

“Hai Mai”

 

Hai mai provato ad ascoltare il profumo di una rosa gialla attraverso le luci di una nuova alba?
Hai mai costeggiato una strada gremita di macchine, guardando solo in direzione dei campi coltivati?
Hai mai vissuto più di due ore consecutive della tua esistenza, vivendo di soli dubbi celebrali?
Hai mai perso mezz’ ora prima dello studio, trafficando coi tuoi oggetti da cancelleria?
Hai mai lasciato il deserto alle spalle?
Hai mai incrociato le gambe in un gradino d’ anfiteatro dimenticato dal cielo?
Hai mai respirato un respiro di vento credendo fosse l’ ultimo?
Hai mai mangiato fino a sentir scoppiare lo stomaco?
Hai mai digiunato fino a costringere la coscienza ad allontanarsi?
Hai mai fatto voto di smettere di fumare per poi allungar la mano verso l’ accendino?
Hai mai aspettato che t’ arrivasse la spinta ad andare avanti?
Hai mai letto un libro credendo d’ essere il protagonista di quel libro?
Hai mai acceso la luce perché avevi paura del buio?
Hai mai conversato con la parte più tetra di te?
Hai mai provato pietà per un animale morto sul ciglio d’ una strada?
Hai mai pregato un pensiero non detto?
Hai mai guardato di te allo specchio con un telecomando in mano fingendo d’ essere una star?
Hai mai voluto essere veramente te stesso,
per poi arrivare alla conclusione che forse te stesso non è ciò che vuoi veramente essere?
Hai mai giocato a nascondino con il mondo?

 

 

“Dov’ è”

 

Dov’ è,
dimmi dov è finita tutta l’arroganza
che nascondi
sotto tutto quello smalto bordeaux
e confondi in quelle labbra disegnate e avvolte nel rosso perlaceo
di un rossetto consumato e stanco di te.
Dov’ è quella forza caratterizzata da un’ insana
instabilità,
la forza che ti colora d’ arcobaleno quando ad ogni tuo passo
riesci a cogliere un particolare di mondo.
Un filo d’ erba radioso di vita, una farfalla che sconvolge l’ aria,
un’ altra macchina che non c’è più,
un fiore appassito dallo smog denso
di molte storie diverse.

 

 

“L’ ultimo unicorno”

 

.....a che gradino collochiamo la nostra realizzazione?
Oh Sole, sapessi che voglia d’ allungare la mano
e navigare nel soffice d’ una nuvola,
farmi altro da me assieme a lei.
La nube è triste.
Aspetta l’ aurora e qualche altra lacrima da versare
su infiniti ombrelli aperti di persone al suo pianto chiuse.
Preferiscono che il suo male scivoli loro affianco e non s’ addossano mai la colpa.
E allora l’ ultimo unicorno toglie ai miscredenti la vista del suo uncino
e seppellisce il terrore che in cuor suo serba dinnanzi al Toro rosso
affrontando ogni rischio.
Riesco a vederlo
e come salice piangente ricorda purezza e misericordia,
un senso di sacro che vìola lo sporco di chi dentro ha solo miseria.
L’ ultimo unicorno si ferma a parlare con farfalle farfallone e dotte,
insegue l’ amore liberando arpie e mantìcore.
Dimentica la loro natura limitata.
L’ ultimo unicorno prosegue al galoppo.
Incontra ogni notte.

 

“Inquietudine”

 

(Quando arrivi al limite non puoi far altro che varcarlo.. e andare oltre)

L’ inquietudine, cari miei,
è cosa che sopraggiunge come miele
Affannata al suo arrivo e così dolce da far paura all’ Amore.
Quando la si avverte non le si da peso,
per paura che cresca ancor di più, alimentata da ulteriori certezze.
Ma fatal
si mostra all’ incontro e questa è la cosa che forse appar più annotabile.
L’ incontro
è del poeta con la sua pazzia, del musicista coi suoi infiniti echi.
Riecheggia instabile fra le pareti delle emozioni.
Un brivido sale, molle,
avvolto dai pigmenti della pelle e Regina
regna al suo regno come ragno stringe a sé il suo pegno,
preda ardita appesa a un filo.
Inquietudine sovrana. Diabolica
Profana,
eppur dono di pochi.

 

“Io Credo”

 

Credere nel credo di Ballard, nella paura del vuoto, nella gioia di amare, nella follia delle stelle.
Credere nell' oblio, nella morte, nella vedova che ospiti in casa.
Credere nel silenzio. Nell' abisso, nel rancore.
Credere che Shopenhauer si sbagliava, credere che la vita non sia solo un pendolo che oscilla tra noia e dolore. Credere nelle pause, nel mistero dei cimiteri, nei cimeli degli antenati.
Credere in un buon libro, nei trip sparaflashati dai mass-media.
Credere alla sedia in cui stai seduto per leggere questo mio mostro di fantasia.
Credere nella realtà.
Credere nel supposto suicidio dell' affascinante Majakovskij, nel seppuku di Mishima, nella vita come filo appeso a un infinita eco di specchi concavi deformanti.
Credere nel maledettismo di Baudelaire, console dell' Arcangelo Gabriele, nelle sfumature dei "Cerchi" di Kandinsky.
Credere nelle voci distanti, nei passanti.
Credere negli sconosciuti, amici metaforici di un destino avverso. Credere nell' universo,
nella pazzia di Nietzsche, nell' intelletto di Socrate.
Credere nelle puttane. E nei figli di puttana.
Credere nei carcerati, negli omosessuali, credere negli scippatori, negli strappi alle regole.
Credere di sapere senza sapere di credere in questa velleità.
Credere nel peccato.
Credere nelle fragole estive coperte di panna montata, nelle delizie di un amplesso seguito da un' effimera sigaretta, nella sbadataggine della mimica quotidiana.
Credere nella forza e nella poesia.
Credere nel cibo, nella materia, nell' ignoranza, nella carne bruciata alla griglia.
Credere nei film, quelli giusti, nei musical, negli artisti dei poveri.
Credere in te stesso, credere nel cesso.
Credere che tutto questo ed altro ancora sia solo uno scherzo.

 

“Elucubrazioni”

Tornata da un' impresa gloriosa ai confini del mare e dei suoi scogli e dei suoi ritmi,
esploro il lato più confuso di me,
il lato inconscio e balordo di me, la parte più irrequieta e tremante.
Quasi soffoco con questo inchiostro di seppia e tabacco con cui mi perdo nei miei ritratti d' ombre,
ma ancora respiro, così gioisco.
Provo a sentire il cuore, che sembra crescere, divampare tra costato e polmoni,
accellera il suo vivere ed io mi abbandono ai suoi impulsi di volontà,
incontrollabile.
Rapisco le emozioni, i raggi di sole, le finestre delle case adiacenti e i mattoni delle facciate,
rubo il profumo dei pollini, le tenere spine ancora così fragili dei rosati,
ascolto. Motori lontani, offuscati e impoveriti dei loro tristi rumori artificiali,
sento. Il fischio dei passeri nei cornicioni e tra i rami dei ciliegi i loro brusii.
Vento di terra e di mare tra le mie labbra e primavera tra i pori della mia pelle.
L' immensità dei mondi ora racchiusa in questo piccolo antro di spezie e musiche,
in questo angolo di serenità catturato con un retino per farfalle.
Divoro le passioni.
Le grido,
le canto,
le assaporo,
le stringo a me,
le avvicino al mio naso..
annuso. Olfatto che sa di buono
e vista di limone, di vaniglia, di girasoli; il giallo del grande fuoco che illumina la sfera felice di ognicosa,
in ognidove.
I miei occhi di crisalide spalancano le ali,
si sporgono in avanti e volano,
si ergono e planano su tranquille sensazioni.
Una lacrima.

 

“Ei che fu”

 

A me la dinamica non m’ interessa.
E anche se prima o poi m’ interessasse, credo che me ne sbatterei.
Perché la tecnica non ha nessun rilievo quando la spinta sospira e si sovrappone a rigori di logica.
L’ istante del mio fagocitare lemmi, muore.
Deborda così ogni preclusione e qualsivoglia preconcetto
da anni ormai allegato alla mia conoscenza.
A volte mi sento sintetica, isterica e la nausea cresce,
forse colpa dell’ elaborazione in qualche modo
costruita da altri.
Ma sento che non m’ appartiene.
Non appartiene a ciò che sono quando disquisisco ed esce dagli argini
questo sentire vampe d’ emozioni.
Trasuda energia.
E’ fantastico.
S’ estingue il predominio di raziocinio, il nulla che avanza si mangia i miei battiti
e Lei Signora Mente dissacrante se ne va, muta.
E il silenzio che rimane…
è dedicato a te.
Per te.
Che come spasmo sale e il senso che ho di me comincia a percepire.
Colori meno spenti.
E la tua bocca e poi la mia, di zucchero e tabacco.
Il tuo respiro sulla mia pelle di frutta candita.
Fragile è la vertigine.
E nessuna poesia,
perché la poesia siamo noi.

 

“Preghiera”

 

Fai della tua vita
quel che più ti aggrada.
Fregatene della ragnatela di cui ogni uomo
è schiavo e vattene presto a cercar nel mondo
il tuo Paese.
Questo io voglio scriverti,
qua,
piena di solitudine e noia,
seduta e annebbiata dietro una finestra a tele bianche ricamate,
succube del cielo
pallido
che immobile mi inquieta
e mi entusiasma,
me poeta
e me fantasma.

 

“25 dicembre”

 

Penso a mia zia,

a cosa sentirà nel cuor suo invecchiando,
invecchiata,
ad un pranzo di Natale con sua figlia cresciuta e me lì accanto,
che rifletto
fra una portata e l’ altra e meraviglie di colori.
Mi chiedo cosa proverò
a lei così vicino
così lontana,
io pronta ad imbarcare gli anni,
da lei già navigati.
Io adulta,
quanta paura in più avrò di morire
di quanta non ne abbia già?

 

“A Logos”

 

E mentre a gambe indolenzite
m' impongo i nuovi riti del dovere
avvito il mio mascara, intinto nella lite
d' un fare imbarazzante pel piacere
di occhi pronti credo al belvedere
d' un viso che ricorda un verde mare..
e penso a te che sazi l' appetito
di chi distratto e stanco vuol fermarsi
stirare il proprio corpo su d' un letto
che soffice ricorda pose e scatti
d' un giorno in cui carezze avevan guanti
per mordere i sorrisi degli amanti
giocosi e solitari nel guardarsi
parole come fiumi confortanti.

 

“Distanza cos’ è”

 

Io ti penso. Quando tu pensi ad altro
o semplicemente
quando tu pensi che io non ci pensi.
Io ti penso.
E ti tengo la mano
quando ti alzi il mattino e quando stanco
ti adagi sul tuo letto
ignaro del momento
in cui tutto di te cederà all’ abbraccio del Sonno.
Io ti bacio spesso
ed è sorpresa
perché quando ti bacio e ti bacio di nuovo tu non prevedi.
Tu non puoi prevedere
e qui il controllo che hai di te
non arriva
perchè non può farsi carico di tale impegno,
già perso a regolar cose di mondo.
E che tu non mi veda
questo non è il problema.
Io Sono Lì e ti Bacio.
E quel bacio porta con sé
una forma d’ amore per te
che non è Verbo e tantomeno azione
e non è un ti amo
e neanche un’ effimera emozione.
Quel Bacio,
è portatore di tutto ciò che è
nulla.
E posso permettermi di parlar di nulla
che questo nulla c’ è tutto l’ inferno e tutto il paradiso.
Un nulla pieno di tutto quello che esiste..
per te.

 

 

“Documento”

 

La maggior parte delle cose da esporre,
il nocciolo da tirar fuori
destinato agli occhi del cosiddetto pubblico dominio,
ha cominciato nel tempo a ricamarsi da sé:
fili dorati di bontà e di ragionevolezza.
La “rielaborazione” a così cominciato dall’ adolescenza
a intessere questi grovigli di nastri
Il derivato più evidente?
Un “elegante” savoir-faire.
Sono convinta
che la maggior parte degli occhi voglia attorniarsi di mille bolle blu..
Cavalli bianchi che corrono,
alati, pieni di piume
e bucolica visione della propria esistenza – l’ inconsistenza del male.
E poi
La spontaneità,
la verità nei tuoi occhi.
Metà scimmia metà aquila reale.
L’ inibizione è una catena
Che ho rovinato
con un coltello per mele.

 

“Il Cavalier cortese”


Il Cavalier cortese
s' attagliò addosso in quel del suo Paese
alacre e senza poi badare a spese
d' un Armatura ingente a più riprese
Marcata a venature di premura da chi vide
nel solco che trascende
un sibilio che accende
un celebre aforisma di Pavese.
Ed arrivò palese
quel lampo di risate ch' ei camminando attese:
il passo ad alta gamba con impronta che v' incise
lasciò quell' ombra in terra zeppa, colma di sorprese -
di libertà che avùlsa da convenzioni e affini
delimitò i confini
col mondo circostante gonfiatosi con gli anni
dei danni dei cretini.
E il limite varcato fu costretto ad ubbidire
A lui che senza tregua mai dal viver si dimise.

“Dal finestrino quel che vedo”
Il finestrino di un treno,
e fuori immagini e immagini e immagini,
baionette rapide.
E alcuni passeggeri con cui volente o nolente
condividerai quel tuo piccolo tempo
di vita. La vita.
Continuo a chiedermi chiedermi,
chiedermi, mi pongo un' incessante serie di domande
a cui non so rispondere
ora come al solito. Però voi, tutti quanti,
voi cosa state facendo?
Questione di produttività.
Lucidamente. Io non sarò mai produttiva
come lo siete voi, a vostro modo.
Ma se c' è cosa su cui voglio promettere,
c' è.
Voglio giurare.
Implorare Dio di concedermi del tempo
per continuare fino a che avrò vita: scrivere.
Fin quando dovrò condividere con voi questa realtà
di produzione di rumori che creano
corrosione alle viscere
è bene
che i silenzi che mi sembra sia chiaro io non riesca ad accentuare,
mutino. Metamorfosi creativa.
E chi mi è vicino saprà che tutto questo non è solo
accantonare parole.
Ho bisogno di musica che mi conforti.

 

“Stanca”

 


Sto Vacillando
Come un anfora greca crinata alle estremità
Ciò che aspetta un vaso è la sua rottura
Io non sono un vaso Io non aspetto Io non ho la consistenza d' un vaso
Sono carne che trema al contatto d' un prato
Seni che si strofinano Capezzoli che si ritirano
formicolanti fra i piaceri dell' Erba
Ho sognato Era un Lucido Scontro di Osservazioni,
Punti di vista, dicono
E mentre viaggiavo nelle dimensione altra
l' Es esprimeva dolce nel guardarmi e nel giudicarmi, Desiderio.
Son Stanca.
Devo smettere di Perdermi nel blob di un boccale di vino tinto
con tubetti artificiosi, e artificiali
Non cerco più paradisi.
Sono Stanca.
Nella mia incomprensione fiorisco
e sono stanca
di dover trasmettere per poter farmi capire.
Le persone. Tanto C' ho Creduto
Eppure non comprendono.
Ma non voglio cadere
in una sorta d' inutile vittimismo.
La mia Anima
è stanca
e non ha più bisogno di queste Interruzioni.

 

“Lei”

 

Arriverà,
mio caro compaesano
e il cuor sfiorando afferrerà la mano,
fra i molti tutti danzeran con Lei
d' un ballo gelido avrà gli occhi miei
e i tuoi dischiusi in mezzo al mondo vano,
lusingherà e ci spingerà lontano.
E le preghiere al cielo professate
saran le stelle ancora mai esplorate
e ad ogni essere a errabonda voce,
s' inchinerà,
distruggerà la croce
e svestirà squilibri e differenze,
Lei grande amante delle cause perse.
Che tu sia forte o meno non importa
che quel ch' è certo è che aprirà la porta
delle speranze che avevam scordato.

E lì nessuno verrà abbandonato.

 

“La gru”

Il sole stringe stanco il suo paesaggio.
D’ amor nel mondo il volto d’ un miraggio.
Spiavo io dal treno il lato statico del globo,
colori quasi fossero sull’ orlo d’ uno strobo.
Cipressi ulivi peschi ed ogni sorta di creato.
Mi giro e sulla destra vedo un campo coltivato.
La gru giallo gigante si erge in mezzo alla natura.
fiabesca immensa ed utile,
eppure così impura.



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Commenti

 

Emy - Domenica, 4 Maggio, 2008 alle ore 20:10:40

commento: Apprezzo il tuo modo visionario di descrivere i sentimenti, inoltre sono molto suggestive le continue allusioni all'arte e alla natura, che danno alle tue poesie un tocco di originalità. "Inno alla libertà" esprime contenuti che io condivido pienamente!