Menù principale

Racconti

Poesie

Pittori

Sculture

Musicisti e cantanti

Foto e fotografi

Fumetti

Dio e la fede

 

Consigli per scrittori

Consigli per gli aspiranti scrittori

Grammatica italiana

Agenzie letterarie

Case editrici per autori esordienti

 

 

Adagio cosmico, di Fabio Todeschini



Guarda il profilo


da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Canti esterni

 

Figli del suono, in attesa d’oceanica dolcezza, osservati da un benevolo silenzio, guardinghi nella placida distesa spirituale per l’attimo incisivo della venuta del decimo rigeneratore.
Sono l’auriga, lira orfica insanguinata di linfa divina, perciò ho pace: guido il manto ossessivamente pesante del cosmo, miliardi di secoli d’oscurità accatastata.
Questi alieni, figli del suono non propagabile, assegneranno nomi di ninfe ai loro pargoli, suggeranno il miele da stelle desolate. Io guido il loro carro, Febo galattico, più terribile di un sovrano ittita che rientri vittorioso attraverso la Porta dei Leoni. Mi temerà il dio egizio, e tuttavia dalle stelle egli trarrà il suo potere oppressore.
Le mie spoglie mummificate serviranno da monito, la mia lingua caustica fornirà balsami divampanti contro le malattie putrescenti del tempo e dello spazio.
Non gocciolano d’ambra i miei occhi, non spurgano ambrosia le mie fauci disseccate; rubini, fuoco del mio seme sparso nei pianeti, non sono più; e gli smeraldi dei miei capelli recavano un tempo incise parallele lettere fenicie.
Oh, mio “Oltre Me”! Esisti davvero, o in quel piccolo pianeta d’acqua e terra qualcuno ti ha oniricamente ricongiunto alla mia mente spenta, vivificandola di una nuova grandezza?

Gennaio 2007

 

 

L’oasi
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Canti esterni

 

Io vivo in un bel borgo medievale, un ampio ed antico castello, mai mutato da quei tempi remoti in cui gli incubi accompagnavano amabilmente ogni uomo o donna.
Qui i bravi, buoni, caritatevoli cristiani commerciano e si scambiano sorrisi pieni di speranza ed amore per la vita: qui non esistono ladri, e i bambini giocano tra i cagnolini saltellanti della domenica.
La tetraggine è tenuta bene a bada; i cavalieri di San Marco vigilano affinché il dragone non sorga dalle acque, e i celesti si pavoneggiano con la loro orgogliosa temerarietà.
San Giorgio vigila su tutti noi: è il vincitore, e la sua lancia impavida non necessita le insulsaggini della plebe allegra, che tuttavia ama e protegge, per garantire ordine e gerarchia.
La primavera è di casa, le acque sono d’un verde smeraldo tanto brillante da essere quasi indecifrabile. Commerciare, pescare, osservare i gabbiani (spettri aerei ammiccano), riparare le strade, aiutare i bisognosi (urla ubriache, nocche sanguinanti), salvaguardare i confini del regno (un popolo nomade, barbaro e crudele preme, preme, preme), scambiarsi innocui pettegolezzi, amare le proprie donne, istruire i bambini (cumuli d’immondizie cancrenose emergono dalle acque placide), ma soprattutto credere nella bella oasi.
Io sono il tuttofare – cantastorie – ballerino – matto benevolo – matto ingenuo – ebbro genuino alle prime luci dell’alba – viaggiatore che visita l’interno della bella terra – giuro nell’immenso splendore sardonico – sussurrando “così sia” per l’assurdo volere divino.
Qui ci sono i mostri, e i mostri sanno tutto di tutti.
Nasconditi quando spunta il sole, anche se il biglietto costa poco e c’è un nuovo sconto ogni settimana.
Crollano i ponti, le dighe ma ancora qualcuno non si nega l’accesso nello spirituale.
Io sono il tuttofare, punzecchiando il mostro nero acquattato sulla spalla di quel catalettico individuo intossicato dalla troppa vita.
Bravi cristiani, non temete: le guardie sacre vigilano.
“Bella vita! E una primavera di luce e colore!”

14 Maggio 2007, mattina

 

Canto per gli spiriti nomadi
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Canti esterni

 

Quel gatto yin yang del mattino è ridicolo quanto i tacchi nevrotici che odo tra gli angoli, siderali nella nebbia, bagnati d’una rigidità inutilmente frettolosa. Dio, che movimento odioso!
Ma quello là se ne sta abbarbicato in un filo di lama, la capocchia d’uno spillo, sparviero sullo sperone scorticato dal vento, e nemmeno al mio passo riflessivo da un’occhiata, per quanto fugace.
Valli a capire! Sono quegli spiriti selvaggi, che divengono relativamente quieti quando stazionano per periodi brevi o lunghi in luoghi che imparano ad amare, ma mai abbastanza. Perciò errano, sempre più rari, dove gli sterpi e i recinti abbattuti giacciono feriti a morte, tra gramigne reazionarie ed ortiche fatali, presenze cha amano le nebbie e che gridano stridule tentando di perforarle, e d’estate si crogiolano nell’ombra umida, profumata di fresche urine risalenti alla tarda primavera, beandosi della luce zampillata dalle fontane entusiaste.
Il loro concetto dell’amore è una perpetua, straziante orgia catartica; e lottano, difendendo roccaforti tremolanti e in rovina, attorniate dalle edere fedeli.
Sanno, sanno benissimo che quando quelle chiese saranno restaurate, quando quelle case saranno ricostruite, le strade rialzate, le pavimentazioni riassestate e i ponti rafforzati loro non saranno più là, volati via, lunghi, grigi spettri verso altre steppe. La loro transumanza non esisterebbe senza quei pezzetti d’anime catturati nei luoghi in cui risiedono.
Cantano molto, non sanno leggere, scrivere, né disegnare.
Non vi temo, oh no! Qualunque sia la forma che assumete, io passo tra voi con animo di fratellanza.
Ho però paura di quel volto spettrale, quello che vedo affacciato al grigio diroccato maniero dietro il magazzino; è una maschera immobile, occhi non pensanti, scortecciata di positività. E mi guarda passare! Quell’anziana creta dagli occhi sbarrati, fissi sul loro perpetuo olocausto cerebrale, come uno spaventapasseri in pensione, dimenticato in soffitta, che guardi al di fuori i raggi del sole investire festosamente i braccianti sudati.
Aiuto! Spiriti nomadi delle nebbie, aiuto! Raccontatemi storie, novelle liete e tristi! Almeno spaventate il mostro lassù e fatemi arrivare all’occupazione nel mondo, sereno come un bimbo intelligente e socievole al suo primo giorno di scuola.

 

Gennaio 2007, mattino, dietro il supermercato

 

Il Capitano e l’Eroe
(2006)
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Canti esterni

Era calamita dei poveri e degli “spostati”, ma non apparteneva a quella casta, né desiderava farne parte. Era filosofica magnesia d’irripetibili scandali, ben conoscendo la natura animale del pericoloso gioco, dello scherzo biologico.
Così l’evoluzione lo plasmò, ma egli non gridò mai il suo disappunto per esser tale magnesia, quella colla, pianta spiritualmente carnivora che non la pioggia celeste, non quella manna bianca e dolce attirava.
Stranamente aveva un cuore duro e disseccato, ma debole; il suo tendere al distacco dalle razze era concepibile a livello di puro sterco e scarto.
Pochi con un simile disprezzo camminarono sulla Terra, certo. Affrontava ogni sopruso con la caparbietà d’un marmo bianco e purissimo, incontaminabile.
La considerazione dei suoi splendenti fu ampiamente occultata dai ragionamenti sulla vita, il sesso, l’amore. Era un Eroe.
Si alza un uomo snello, con lo sguardo ispirato al punto del parossismo e gli zigomi appuntiti.
“Sono il Capitano del ciclo precedente. Ero una fragranza di pane appena sfornato alle prime luci dell’alba pre-invernale.”
“Che ogni tuo sguardo sia letale”, annuncia l’Eroe. È facile capire come l’”Uno e lo stesso” parlino da due epoche ben distinte.
Una dissolvenza incrociata, ora.
L’Eroe e il Capitano del ciclo precedente hanno edificato la loro “capanna”. Parlano ai chiodi con affettuosa comprensione.
Il rigido ascetismo dei sudditi laverà le colpe imbrattate di sangue dell’atroce sovrano.
“Io sono il Terribile, Re dei morti; e i miei oscuri folletti popoleranno i vostri incubi.”
Le nostre creature sono saltate fuori della carta ed ora impazzano notte e giorno con i loro ritornelli macabri e scherzosi.
L’Eroe è tornato ad essere il Capitano del ciclo precedente, ed un uomo retto cammina pieno d’amoroso ardore sulla terra dei giusti, baciato dal sigillo lineare del sole.

 

Oracolare intermezzo
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Canti esterni

 

Un’unica vibrazione. Alla cascata, dopo la risalita, sassosa e beata, mi sciolgo; liquido, in ginocchio e nelle vene (o scheletro gioioso!), butto la mia borsa mezza vuota (benedetto, benedetto quest’essere parco) ed interrogo l’oracolo, gelido specchio azzurro ribollente.
Fisso l’istante, getto le tre monete e chiedo: “O Nume ascoso, e i miei fratelli, gli antichi spiriti che conoscevo? Valgo ancora qualcosa per loro, almeno una molecola di quest’acqueo, multiforme disordine?”
Quieto ma simpatico, ecco il responso: lo scricciolo inizia a costruirsi il nido nel sottobosco, ed io a quella vista torno carne. “Sii modesto, non essere rondine.”
Saggio nume, ho volato troppo in alto? Affranto, mi stendo ed attendo.
Fischi e boati, sono arrivati! Tamburi e campanelli, rotola pietra, son proprio quelli! Lacerati fasciati come monatti, tintinnanti come allegri lebbrosi, ecco che arrivano, son in due bande, fantasmi neri e bianchi, sono arrivati i benandanti.
E io sono di carne, quindi temo; è calata la notte, e non la posso ammirare, vivere. Grande, immenso è il mondo, foreste come mondi esse stesse, ma i benandanti si sono ritrovati qui, per la loro festa di frustate e mazzate.
Questo è il mio intermezzo. Ascolta.
Così, certo coscienziosamente, dico a me stesso: “ Già troppi oracoli sono svaniti in un burocratico drammatico nulla; il vero sovrano sa che l’azione legislativa deve essere ridotta al minimo, per quanto buffo e noioso esso sia…”
Così, prendo la bacchetta della responsabilità, e mi metto a dirigere l’orchestra. L’uccello terrestre della modestia solfeggia un motivetto festoso, una rimembranza poetica, dai toni nostalgici ed asiatici, pendendo da un biforcuto nocciolo.
Come un mercurio delle montagne divido nota per nota i pazzi benandanti, lasciando spazio allo scorrere nell’essere dell’oracolo. Un bel sospiro!
Come un signore proprio a modo, un grasso latifondista, assegno ai bianchi agricoltori i vasti prati a valle, comandando loro di contenderli alle abnormi cornacchie delle nuvole basse; e ai neri, che sono nomadi, i boschi intorno alla sorgente, con lieta e fiduciosa disposizione d’animo.
Sdegno le felicitazioni, tiro dritto eppure, nel folto sfuggente, colgo un vispo sguardo di rimprovero, e un frullio, non troppo intenso ma nemmeno trascurabile.
Ma io volevo solo vedere cosa c’era al di là della cascata!

 

Fine Gennaio 2007

 

 

Il pescatore
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Canti Interni

 

 

Quieto, alla presenza del caos e il Padre-di-sua-Madre e la futura
Natura
gettai lenza tra i serpenti muti, ciechi e neri
e sentii, analogica, l’essenza dei pensieri.
Sono Pietro-in-Principio: non c’è germe
che dorma in embrione,
che non sposi il livido verme
nella quieta disperazione.
Mi ricordo le rose, mentre pesco,
che lo scorso manifestato pose;
e un arabesco, crudelmente modellato,
d’un primitivo sacrificio affermato.
Ma se il verme pesca l’uovo, non proprio casualmente,
che embrione nuovo darà vita al mondo, a nuova mente?
Galleggia laggiù, giusto nel mezzo,
e non è mio vezzo, chieder alla cosa vuota:
se lo centro, sarò mozzo della novella ruota?

12 Marzo 2007

 

Operazione saturno
da : “Un fulmine attraversa il cerchio”, Canti Interni

 

Le mie monete sono corrose dal tempo. Le mie monete sono masticate dal tempo, rosicchiate da ore e minuti indeterminabili perché dimenticati. Il Grande Ebbro Supremo non conosce il tempo, lui lo ha abolito, lo ha sconfitto. Dov’è quella strana bottiglia? E’ in una posizione statica, scordata.
Elettricità nell’aria. Passo la mattina dopo, vari passaggi lungo la stessa via. Quel pomodoro è morto ed inutilizzato. Al prossimo passaggio sarà spiaccicato. E infatti…
Ogni giorno vedo facce di ghiaccio, occhi perforanti e gelidi, americani; e dopo, vedere un girasole appassito può diventare una delle cose più tristi del mondo. Piange giallo.
C’è un appunto sullo schermo polveroso, appiccicato dalla solidarietà. “Non scordare la Purificazione”. Eh, sì… è giunto il tempo (ah ah), così comincio l’operazione Saturnia…
Realmente à rebours…
Attraverso gli stati primordiali vedo cose mai viste e noto particolari strani. Quella donna è abbronzata ma ha i piedi bianchi. Quella matrona – forno – da figli odora di sabbia e doposole. Nella cittadella c’è un forte odore d’aceto. Mi ricorda un bollitore, e un raccoglitore di funghi: mio padre? Il tutto.
Il ricordo primario è: sei una persona negativa. Avrei voluto risponderle: ma leggiti un po’ di filosofia orientale! Gioca meno! Bevi con più passione! Annuncia alla vecchiaia: io non sono nato.
Il sentiero lavorativo, grandi menzogne e sprechi. Non ho vissuto un singolo secondo in un tempo che non fosse illusorio. Ho sempre un occhio velato da una coltre di saltellanti allucinazioni. Sogno documenti battuti a macchina da Dio, rivedo facce note, altre più offuscate, non rimpiangendo che un rassicurante buio. Ho un sesto senso ignoto, che funziona quando gli pare.

Una musichetta imbecille da film porno inonda l’atmosfera: “Sei nel regno della futilità…” annuncia una voce arrogante, seguita da una risata inadeguata.
“Piccola stronzetta, io…” – ma non posso parlare.
Si vedrà. È comunque un bel problema.
Niente futilità: leggere, scrivere. Apprendere, produrre. Rivedrò i freschi boschi?
Mangiare, bere. Defecare, orinare. E continua a scrivere. Passavo giorni interi senza vedere anima viva ed era bellissimo. Bevevo the forte e mangiavo tonno. Ascoltavo i suoni. Era bellissimo.

Non dimenticherò l’appunto solidale.
Mi svesto completamente, getto da parte tutto l’oro.
Saturnia età, l’operazione inizia da qui.

Agosto 2006

 

 

Dove suggere
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Canti Interni

Non luogo, ma punto.
Al germogliar del sole e all’appassir della luna intento, guarda; orsù sediamoci allegri e tristi uno davanti all’altro, mentre un gelido mare di cristallo ci sussurra intorno.
Brindiamo, già un letèo liquido bisbiglio noto: è per noi, scordiamo ogni cosa, i nomi, il mondo.
E con mimica divina, parliamo.
Asuricamente discendiamo e nella radice, sotterraneo maniero, collochiamoci senza letizia.
Guarda: in essa scorre un fluido, tratto dalla terra, che non è più nutrimento, poiché l’opera piccola è già iniziata, ma nemmeno è linfa, poiché l’opera grande non è terminata.
Lì suggi.
Nel mezzo fermo che sempre scorre, nell’invariabile che sempre varia.
Vai con lo spirito al vuoto del centro, nel bocciolo floreale; e se udrai, sopra i lievi sensi, un ronzio chiassoso mentre le labbra neonate sono incollate alla scorza, non temere troppo: è l’ape, lei che può, sugge dal fiore. Perfetta sopra la terra, sotto il cielo perfetta, t’aspetta.
Un giorno ho scritto ad un amico: “L’ape non si domanda, suggendo il nettare, se l’ ha meritato.”
Tu invece, bimbo, chieditelo, ma non cessare di succhiare dal gonfio rizoma, ctonia mammella; e pazienta, devi crescere.
Da questo liquido inodore eppur profumato il tuo spirito è educato; insapore e prelibato, l’anima eleva, raddrizza e puntella.
Sazio, lascia sotterra il corpo, lo recupererai alla fine della giornata.
Sbrigati! L’ape ti aspetta per presentarti agli altri esseri liberi di vivere sotto il sole.
Sbrigati, poi potrai tornare a giocare.

9 Gennaio 2007

 

 

Equivalenza
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Canti Interni

È il presente passato futuro nel cosmo/caverna dove tutto tende all’annullamento nell’Uno…
Equivalenza.
Il vecchio mago dice: “E’ tempo di tornare ad essere”.
Non c’è ritorno al sapere acquisito. Nessun oblio, nessun veleno.
L’edera che avvinghia il campanile ha consigliato quel solitario, barbuto scrigno di segreti.
Ricami nel mantello del Diavolo, quando Lui è acquattato dietro le campane…
Comprendere il significato primordiale dei sogni di un’anima congelata, attendente adamantina fulminea rigenerazione extra cosmica può essere realmente un’attività fruttuosa; e noi non chiediamo altro che di avere la possibilità futura già accaduta.
“E’ tutto così semplice… E’ tutto così semplice…” – continuavo a ripetere… La mia anima ghiacciata non comprendeva le lacrime di quelle ragazze un tempo così brillanti ed allegre.
Non capivamo di essere esattamente nel non-spazio compreso tra due attimi! Esiste forse un altro Tempoluogo dove poter, veramente, respirare? Ah! Bell’Arte Sacra, sublime Poesia, qual è il Tuo nome vero? Qual è il nome con cui sei stata creata? Ed eccoci all’errore: Tu crei, essendo insita all’Artefice. Dunque il Tuo nome è “pensiero divino”.
Oscurando magicamente la carta con l’inchiostro riconciliamo Luce e Tenebra, mescoliamo i principi nel Sacro Calderone della notte e del giorno.
L’occhio e la mano si tingono di follia e vomitano rosso pensiero divino…
Nella foresta, le scricchiolanti foglie autunnali cadono nel bacile di pietra istoriata, nell’acqua verde e marrone, dove vanno a morire gli ultimi insetti estivi…
Molti occhi invisibili stanno fissando quell’altare; dietro ogni sasso, dietro ogni filo d’erba…
Il leggero chiacchierio degli spiritelli silvani pare proprio il sottofondo di questa stasi post – estiva e pre – autunnale. Nell’acqua immobile… Equivalenza.
Tante cose si preparano ad accadere: le piogge gelate, le nebbie umide…
All’improvviso dal sottobosco esce il Vecchio Re dell’Autunno: ha occhi di diamante e una gran corona d’edera gocciolante. Gli spiriti fuggono via terrorizzati; vanno a trasformarsi, ne hanno ricevuto l’ordine.
Il Vecchio Re dell’Autunno alza un braccio nodoso ed arrotola due dita bitorzolute e sporche di terriccio (è il suo personale schiocco); le alte fronde fruscianti si schiudono lasciando intravedere un bel cielo grigiazzurro… Un raggio di sole riesce a passare, colpisce il bacile - altare e l’acqua contenuta in esso comincia a turbinare vorticosamente, ribollendo di luce e d’ombra, di nuova natura… Ed improvvisamente ciascun poeta trova la sua funzione nel mondo.

21, 22 Settembre 2007

 

Esercizio di metafisica -8
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Esercizi

Ultimi ribollimenti…

movimento - in fermento
luce - in nuce
riassetto - nel cervelletto
realtà - in realtà

Luce riluce
Ruota la Ruota
Scuro ma sveglio
Ghiandolare appiglio
Retta & diretta
Via
Riflessa & adamantina
Folgore
sia.

 

Oh! Sogno dell’esistenza mummificata nel giaciglio di pietra!
Annuserò un’ultima volta l’odore ancestrale degli unguenti, delle bevande, dei cibi, prima di uscire da questo cosmo trasudante?
Porterò con me i profumi e i ricordi nella sterminata foresta delle mie fatiche sanguinanti?
Sono pronto.
Oh! Fuoco dei nostri sereni, ubriachi cieli!

26 Luglio 2007

 

 

No
(Esercizio di metafisica zero)
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Esercizi

“Un fulmine attraversa il cerchio”

Giacché “No” è ciò da cui nasce quest’universo e il prossimo e nessuno, proprio “quella” Folgore/Monosillabo, il contrario di se stesso, mi vidi costretto da forze di natura “realmente” superiore, in un banalissimo “ieridomani”, a descrivere, con le capacità rimaste intatte e tralasciando i miei insignificanti soliti minimi squallidi orpelli quanto necessariamente segue:

Ipnotica arresa alla Provvidenziale Volontà
Fatalità invece tu sei “Forse” ed il “Si” della Natura
per ora non entra
qui.
Oltre & Prima, “No” è il “Non Perché”
nemmeno “Io o Tu”
poiché l’essere è incalcolabilmente sotto,
l’astrazione,
ipoteticamente paragonabile ad una relativissima contingenza
e “vade retro” al demone dialettico con questa
“Completa Cancellazione”.
“No” eguale a Tutto & Niente
cioè
Eterna-Mente procedendo
e
respirando animando
lo spettro universale
cioè
il vuoto
esiste.

 

23, 24 Giugno 2007

 

Esercizio di metafisica - 3
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Esercizi

 

Rosa indeclinabile – fulmine/grotta & bacio terra /cielo nel Crack tonante.
Cielo o fuoco sferza il suolo e crea esagrammi: ma il nutrimento svanisce già, appannaggio del bulbo/luce inferiormente pulsante solleticato dall’energia nebulosa o verde gioiello.
Un’anima sembra mummificata: burla, aspetta Transizione.
E sopra la grotta ci si chiede: “Una passeggiata nel bosco?”
“Sta bruciando, sciocco”
Ogni cosa a tempo debito.

22 Marzo 2007

 

In bilico
(Droga/Fantasia)

esercizio di metafisica – 7
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Esercizi

In bilico
sfiorando acrilico
la mia Perfetta Via
Droga/Fantasia
evolvendo intenso
la Fantasia/Droga/Senso
e a fondo
fuggendo noia
di zanne sega e strappo
lieto poi spesso incappo
nella Veloce-Mente
che (bella) non risente
dell’orazione catarifrangente
sondo
profondo
intus ire
ammalo vita
per farla guarire

Al sabba
fottendo insonne
l’ideale “Barabba”
Fulmine o Fiore
Dettaglio d’Amore
spargendo incenso divino
all’ideale “Destino”
braccio cordiale di Afronio
che mi stringe perfino
dal succo di stramonio
al sonno d’un demonio
l’udito sopraffino
vista carne e giovane vino
sangue scuro o quel che sia
fuggendo implume, bellino
dalla Perfetta Droga/Fantasia

Ardendo
sopravvivendo
come puro addendo
ludico intento
e ruota d’artista
(Ruota Nascosta)
irretendo apripista
luogo e abitante
mondo apparente
buffo arcano
per l’artista-nano
brucia silente
salvando gente
gesticolando morente
l’ultima follia
Droga/Fantasia

In bilico
fumando assetato
bevanda fumosa
Puttana/Grande Bugia
accecata
Droga/Fantasia
Carne/Mente assetata
perpetuo viaggio
sola andata
Cono del Saggio
Centrale Raggio
strada avviata
quasi arrivata
in bilico
doppio pericolo
amante e sottana
Doppia Puttana
o amica che sia
Lirica mia
Droga/Fantasia

22, 23 Agosto 2007

 

Risveglio
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Poesie

 

Smarrito efebico cherubino, mi sveglio sul far del mattino
al mostruoso starnazzare delle bianche aquile di mare;
beato il contadino, che prima del canto del gallo ha già il suo daffare.
Con questa mia pelle, mai abituata al sole, salgo la vetta delle prime Ore;
siano almeno flebili, dolci, fruttuose:
ho ancora in bocca i veleni di passati baccanali, sere nomadi, afose.
Ma questo mio principesco ovale non dispera:
c’è l’inchiostro al mattino, e per l’estate una foresta, nera;
luoghi insomma dove nessun piccolo borghesuccio può riuscire
né a scender in pista né eventualmente a finire,
con la sua voce pesante, gretta, scura e fiera.
Quando si sono trasformate in luce queste prime insonni ore,
non c’è usciere a fermar l’ingegno, né assessore.
Dal sasso all’angelo, tutti cercano la propria posizione;
ma il poeta, pazzo saggio d’epoca, d’altra evoluzione,
altro non canta che i fasti dell’alba, e del tramonto rossore;
a lui non appare la velata, calma finzione,
e può salutare, beato coglione, di luce e tenebra l’eterna tenzone.
Amami di non – amore Usha, sublime schiuma lucente,
seme dissotterrato, carro cocente; prendi la mia luce, celeste fascia,
fa che io infine ti veda, dea della nascita, dea del Rg-Veda!

Martedì 3 Luglio 2007, 6:00 del mattino

 

Solitudine
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Poesie

Non voglio una conca che non sia umida e fatata; ma la lezione in realtà è ben diversificata: esiste quel fattore, quel sano, saggio, buon fattore che non è metallo rombante né pargolo urlante… Non tubo fumoso o tronco segato; di tutti in badia, Solitudine, or sei solo mia.
Eppur sei così evanescente! Al poeta si dice che deve viver tra la gente: “Va’ con Dio, va’, torna ai fiori; ma qualunque cosa accada, restane al di fuori.”
Non c’è niente, il poeta è sorgente; e se l’acqua in discesa vien frazionata, la lirica, anch’essa, avrà la gola tagliata.
Con l’aiuto dei demoni alcaloidi che crescon tra i sassi, nei fori, egli fissa l’immagine dei suoni, dei rumori; ed al suo demone personale non chiede che d’esser dentro, per esser fuori.
Per un attimo il terreno si curva, quando getta un veloce sguardo; s’incurva ma senza movimento agli occhi del bardo.
“Solo” – ecco una potente droga,
“Vivo” – ecco un gran veleno.

La logica che tien l’uomo fisso al terreno
è il tetro nemico che il nostro inchiostro affoga.

 

11 Agosto 2007, Sappada

 

A morte! (Alla Morte)
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Poesie

 

Bell’acquerello, questo nostro mondo!
Ma attento! Ho detto carosello, non Lago Profondo.
Stretta è la corda
al lampion della via,
una legge che non scorda
quest’assurda follia.
Fate spazio, che la belva non morda!
Il dito punta Faccia Pulita
contro il senso o valor della vita;
di gran borghese s’eleva al dubbio rango
di Fabbrica-Modello, o Razza di Fango.
La moglie è procace, e bella anche l’auto;
ma quest’è meglio: dopo il sangue, il pasto è più lauto.
“A Morte!” – il grido toccato in sorte;
un urlo che unisce da sempre Levante ed Occaso,
ma neanche a Mamma Morte, la strada, non presa a caso
parrà dura, o spinosa, o malvagia e forte.
Lo Stato-Brutto-Modello è sempre in vista
E l’Occhio Ottuso (che Dio mai l’assista!)
ha già in embrione la carneficina futura
con cui si bestemmia l’Uomo, e l’intera Natura;
e con cui il Mondo Nuovo apre le danze in pista.

7 Settembre 2007

4 Novembre
(al tramonto)
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Poesie

 

Quelle soffiature rosa non son pennellate,
eppur son colore; non son state soffiate,
eppur son amore. Ma le defunte schiere
già avanzan nel mese immoto,
e le rosee messi dureranno poco.

Un rintocco, fioco.

E son sparite nel buio, e nel vuoto.

2006

 

 

L’alga
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Poesie

 

Per un sincero amante dei cespugli forti,
gramigne ed erbacce, arbusti caustici, strani e ritorti –
l’alga è invero un bel mistero;
e lo scrivo, sia pur nel nero,
certo un vegetal più falso che vero.
Nato in laguna, tra la veneta bruma,
ho pur sempre prediletto il montano, selvaggio aspetto;
ma anche la marina duna,
ove spesso, non per dispetto, l’alga si dissecca,
e da verde divien più bruna.
Seppur indolente, in vita l’ho notata sovente,
eppur mai veramente finché un bevitor ridente
mi disse quel che fa e fea, cioè sempre segue la marea.
Camminan tra la gente, soavemente trasportate,
sprezzano il principio agente,
barcollanti ed ubriache com’anime umide, e spesso reincarnate.
Ah vegetal, vegetal che cresci,
non camminar su terra, sfama pure i pesci,
ché tanto luce ed acqua comunque mesci.
Pigra verde alga, quanto sei simile all’uomo ignavo:
rimboccati la manica larga prima che la marea salga,
o almeno, se proprio devi, sii un buono schiavo.
Ah vegetal, vegetal immondo!
Non me n’ero mai reso conto, ma quant’alghe camminan pel mondo!

19 Marzo 2007

 

Il mulinello
da: “Un fulmine attraversa il cerchio”, Poesie

Al cancello
un mulinello
mi tiene compagnia.
È amico: chiunque sia.
Sono piume d’uccello,
cenere, polvere che vola via.
In piedi alla scala dei Censori,
dove due venti hanno appuntamento,
sei osservato: ma dal di fuori.
So che è vivo, intelligente e intento
non solo a rendere le ore migliori.
Rabbia, noia, tristezza e agitazione
ti guardo e scompare ogni emozione.
Il vento ti inietta sabbia del deserto,
e tu balli, voli; con musica, certo!
Sei una bella, sana, ricca contemplazione,
e sei perenne, puntuale: un’elezione
sacra per l’anima, per il Sé e l’Io…
Non dico: so chi sei. Dico solo: sei Dio.

Settembre 2006, Palazzo Ducale

 

Commenti

 

 

 

 

Torna su