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Ottobre

di Edywild

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Diceva una canzone che a morire di maggio ci vuole coraggio.
Che pace; a guardarlo un cimitero potrebbe sembrare persino un' oasi allegra con tutti i colori dei fiori , con i volti immortalati nel momento magico di una fotografia che guardano e osservano e sorridono e vedono, dentro di noi, dentro il nostro cuore, fin dove il sentimento riesce ad arrivare. Pace, silenzio, a noi non arrivano i mille sussurri, le voci e i rumori e si prendono gioco del nostro dolore mentre nel ricordo di un corpo che non sarà mai più, tutto si mescola nell'essenza della vita e della morte, vita anch'essa, essenza di fede.
Espressioni, dunque, che restano.
Non servono parole perchè il silenzio parla da sè.
No, potrei sentire la vita dietro la morte, io sono qui come stordita, e vorrei proteggere il fiore che ti ho posato sulla tomba amore mio, sì, proteggere il fiore e la tua anima che vorrei accanto alla mia. E' strazio, è dolore, in autunno i petali di molti fiori si staccano violenti dal loro bulbo e intorno a me, dopo il sole, non resta altro che solitudine.
Sento la vita nella morte e viceversa e mi pongo fra esse, ma tutto ciò significa soltanto una cosa: il distacco. Nella foto che impersonerà eternamente la tua giovinezza, l'espressione intensa e ormai passata sembra ridere di me.

Com'è profondamentre umano il mio dolore, non riesco a respirare.

Sembra che tutta l'energia resti imprigionata nel fondo della mia gola  e non riesca a gridare; eppure sento che mi sei più vicino adesso che non ci sei più che quando eri vivo, che quasi mai ti occupavi dei miei turbamenti.
Ti aspetto fuori dalla tua tomba che sta quasi diventando la mia casa e ti parlo ugualmente, perchè malgrado le apparenze sei con me, lo so perchè ti sento addosso sebbene il tuo corpo diverrà cibo per i vermi, e di te non resterà altro che polvere.
Eri il mio sole Cesare e sei diventato la mia notte.

 

E' inverno, il mare canta la sua furia nel turbolento viaggio delle sue onde, che si ammassano violente sugli scogli morendo e ritirandosi come se il mare le risucchiasse indietro con feroce  violenza 
Ricordo ancora come se fosse ieri il giorno in cui ti vidi la prima volta. Ero in viaggio verso Torino dopo una lunga vacanza in Sicilia, perchè io sono siciliana d'origine e il piemonte è la mia seconda casa e quello era un bellissimo pomeriggio assolato e caldo di fine estate. In treno il viaggio sarebbe stato lungo ma come ogni volta avrei trovato una compagnia piacevole con cui scambiare due chiachiere. Ero bella, abbronzata e anche se al mio ritorno non avrei certamente trovato le rondini mi compiacevo, perchè il mio stato d'animo era sereno ed io non ricordavo più da quanto tempo non mi sentivo così piena di vitalità perchè sentivo addosso una stupenda sensazione di armonia. Il treno mi allontanava sempre di più dalla costa e dal mare. Dal finestrino aperto potevo farmi carezare piacevolmente dalla brezza; ammiravo il paesaggio che mi offriva la sua poesia, acqua e cielo luccicanti sotto il sole caldo di fine settembre. Ero certa che non avrei mai dimenticato quei giorni, ne avrei scordato mai le persone che avevo conosciuto e le avventure che avevo vissuto. Quel giorno indossavo un vestito azzurro con i fiori bianchi lungo fino ai polpacci  e sandali dello stesso colore dei fiori del mio vestito con tacchi alti ma comodi. Avevo racolto i capelli con un nastro nero che li legava senza stringerli e oltre al mio bagaglio portavo con me la mia borsa grande e squadrata di tela color ocra. Alla fermata di Santo Stefano di Camastra, paese delle ceramiche, parecchia gente si era affrettata a salire e sistemare i propri bagagli nei posti loro assegnati sul biglietto. Molti di loro erano giovani stranieri  abbastanza corpulenti e stempiati che ridevano e cantavano un motivo allegro di cui non avevo capito neanche una parola. Ridevano ed era bello guardare le loro facce felici, la pelle bruciata dal sole, rossa  e su uno di loro si notava una vistosa spellatura sulle spalle. Più vicino a me, invece, un anziano signore con un sigaro spento tra le labbra sottili e secche che accentuavano l'espressione del volto stanco, non appena si fu messo a sedere aperse il giornale tacendo lungo tutto il suo tragitto senza mai alzare gli occhi da quello che leggeva.
Malgrado l'età e la fronte corrugata aveva degli splendidi occhi verdi e ne dedussi che da giovane fosse stato veramente un bell'uomo, di quelli che quando ti guardano ti fanno girare la testa per giorni. Era vestito di bianco, un impeccabile completo di lino, di quelli che ti facevano pensare ai proprietari terrieri di un tempo nell'america latina. Mi affascinava il suo nobile cipiglio, la compostezza delle sue gambe accavallate e le sue mani lunghe. Anche il ragazzo che mi stava seduto di fronte lo stava guardando con insistente curiosità ed io guardai lui con lo stesso sguardo che il giovane aveva rivolto a quell'uomo. Era la prima volta che vedevo Cesare. Nonostante facesse ancora caldo portava un basco di lana nero, su chiunque altro sarebbe apparso ridicolo con quel caldo ma non a lui, che sembrava essere nato apposta per portar quel basco. Non era neanche abbronzato, piuttosto pallido, dall'aria assente, quasi triste; sembrava un personaggio uscito da una poesia di Leopardi. Mi chiesi, sperandoci, se anche lui fosse diretto a Torino. 
Sperando che lui non si accorgesse che lo stavo guardando, mi soffermavo su ogni particoolare del suo viso e del suo corpo. Era bello e avrei voluto dirglielo. Pensai che fosse nato in un'epoca sbagliata, fuori tempo, ma chi osava dirglielo? Magari fossi stata da sola con lui, in quel treno che mi portava nel freddo autunno del Nord.
Fingendo di guardare fuori dal finestrino scorgevo il suo riflesso interessante. Mi attraeva il modo in cu portava la cravatta svogliatamente annodata lenta sul collo, su una camicia bianca a maniche lunghe svoltate fin su i gomiti, i pantaloni dei jeans sbiaditi si adattavano alla forma delle sue cosce, le dita lunghe e sottili delle sue mani bianche  sulle braccia conserte... Le labbra carnose ma non troppo, il naso piccolo e regolare come quello di una statua greca. Contemplando il suo riflesso attraverso sguardi rubati dal vetro del finestrino, non mi ero neanche accorta che il treno era prossimo a traghettare. Messina... finalmente avrei potuto prendere un caffè ed una bottiglia d'acqua fresca e avrei guardato il mare  e le sue onde gentili, annusato il suo profuno intenso mentre sapevo già che la vista dei gabbiani in volo, solitari e ciarlieri avrebbero annientato le mie emozioni come in una morsa, frangenti in cui sentivo la vita intorno a me. Si sarebbe fatto buio e chissà se sarei riuscita a prendere sonno attratta com'ero da quello sconosciuto. All'improvviso qualcun'altro catturò la mia attenzione. Una signora alta e corpulenta entrò nella nostra cuccetta. Portava un ampio vestito di lino blu ma più scuro del mio e dei bellissimi sandali dello stesso colore. I suoi capelli erano rossi e ondulati, lucidi come la seta fermi in un grosso fermaglio nero che lasciava sfuggire maliziosamente qualche ciocca ribelle. Notai le mani grassottelle e curate con le unghie lunghe e smaltate di rosso. La trovai bella malgrado i chili di troppo, i suoi occhi  erano di un marrone intenso. Quando entrò e sedette al suo posto, la cuccetta si inondò di un fresco odore di gelsomino. Anche Cesare la guardò con ammirazione, ma fu solo per un breve momento, poi si alzò e lasciò che il suo sguardo cogliesse tutta la poesia del mare. Era alto. Le sue gambe lunghe mi sembrarono due colonne.
Restammo in silenzio, ognuno di noi immerso in chissà quali pensieri. Cominciarono a sganciare il treno e l'operazione durò circa mezz'ora. In breve ci trovammo dentro il traghetto ed io guardai altri vagoni dello stesso treno e la gente che si preparava a scendere per andare sul ponte come io stessa avrei fatto. Qualcuno stava fumando una sigaretta. Non c'era campo per i telefonini e l'odore intenso e nauseabondo dei motori  del traghetto e della polvere mi fece male alla testa. Decisi di scendere per prendere un pò d'aria. Così mi imitò altra gente e lo stesso Cesare. Come avrei potuto immaginare che quel ragazzo sarebbe diventato la ragione della mia esistenza e che Dio l'avrebbe strappato tanto presto a me? Traghettammo finalmente. Lasciavamo la costa siciliana già quasi al tramonto. Non mi ero resa conto di quanta gente fosse salita, gli stranieri che avevo visto prima adesso se ne stavano a bere allegramente attorno ad un tavolo piccolo e rotondo, le loro voci si confondevano l'uno con l'altro e poi li si udiva in un fragore di risa. La sala era gremita di gente che chiacchierava e fumava, finalmente lasciavo l'isola ma provavo anche una sensazione di malinconia per le belle giornate che avevo vissuto con i miei amici più cari.. Mi sentii sola in mezzo a quella confusione. Così andai sul ponte più alto a pensare, perchè mi piaceva tantissimo pensare in solitudine, lasciarmi andare così alle mie emozioni più vere senza lo sguardo indiscreto di nessuno che spiasse ogni mia espressione per abbordarmi. L'aria era dolcemente pungente e il vento lo sentivo fra i capelli. Annusai l'aria. L'odore della salsedine mi ricordò l'estate andata e subito un sorriso apparve sul mio viso.
L'imbrunire venne come per magia, il tramonto rosso che moriva all'orizzonte sul mare era semplicemente fantastico. Avevo persino dimenticato quel ragazzo tanto attraente che sedeva in cuccetta insieme a me.
Quello che più mi piace dei viaggi in treno a lunga percorrenza è il fatto che alla sera è come se fossi l'unica passeggera. Tutti vanno a dormire, o per lo meno ci si chiude e ci si distende e si aspetta che si faccia giorno, c'è chi legge tacitamente lasciando la lucina accesa accanto al cuscino, chi chiacchiera sommessamente al telefono e chi purtroppo non rispetta la stanchezza altrui e si comporta come se fosse a casa propria e chi vuole restare sveglio e si gode il silenzio e sente solo il rumore del treno che corre sui binari…
Come me.
Il corridoio è deserto, non c'è un'anima, ogni respiro si attutisce, te ne stai davanti al finestrino chiuso guardando il riflesso della tua immagine e tutto è poesia, è magia, è arte, è la grandezza della solitudine che ti è cara e dolce e così consolatoria. Il cuccettista, un uomo sui cinquanta abbastanza piacente piuttosto corpulento, aveva distribuito cuscini  e lenzuola ma non si affrettava ad aiutare chi lo chiamasse. Sembrava piuttosto che andasse di fretta, era sudato e sbuffava ad ogni passaggio, ma quando qualcuno lo salutava sorrideva. Poi si chiuse nel suo angolo di paradiso e non lo vidi più.
Si era fatta mezanotte, non dormivo.
Quella per me era la parte più bella del viagigo. Il silenzio mi riempiva, l'odore acre della pelle delle persone non si sentiva più, c'ero solo io che mi godevo quella pace pensando che Torino mi aspettava con i suoi ritmi frenetici, la gente fredda, il traffico e i clacson e i pullman che non arrivavano mai in orario. Me ne tornavo a Torino, lontano da tutto questo.
Ma io non ero sola.
 L' immagine sfocata dal finestrino, un respiro quasi impercettibile come il suo profumo accanto alla mia figura; Cesare mi era venuto accanto, in silenzio, un solo momento per capire che non dormiva forse per stare con me.
- Mi piace viaggiare in treno.
Mi disse piano, per non disturbare chi riposava.
Erano state le prime parole che avevo sentito pronunciare dalle sue labbra. La sua voce mi sfiorò piano, come una carezza fievole sulla guancia.
- Anche a me. Dove sei diretto? -
- A Torino. Nel freddo Piemonte. Amo quella regione. -
Io invece lo avevo sempre odiato. Ma per ragioni di lavoro ero stata costretta a spostarmi, anche se non potevo negare che Torino fosse una bella città che mi ricordava tanto Vienna.
Mi erano bastate poche parole per capire quanto Cesare fosse riuscito ad entrare nella mia vita.
E' stata l'alta e la bassa marea, la mia gioia e il mio tormento, come posso avere la tua forza, le ali invisibili del tuo cuore che spiegavi fiero innanzi al mondo? Parlammo tutta la notte e l'alba ci sorprese così, l'uno vicino all'altra, persa nei suoi occhi profondi  e quieti, tanto rassicuranti.. Di tanto in tanto qualcuno dei passeggeri usciva dalla propria cucetta, poi rientrava, e riusciva di nuovo, dal nostro scompartimento non uscì nessuno, le nostre cuccete erano rimaste intatte. Il sole fece presto a sorgere, ancora poche ore e il viaggio sarebbe finito.
_ Genova... ecco il mare…- dissi io con la voce roca per la stanchezza.
- Sembra agitatato...
- Abbiamo parlato tutta la notte. - mi disse accennando ad uno sbadiglio.
- Dovrò avere un aspetto orribile. Allora ci si vede a Torino?
-Si, qualche volta. - fece un'alzata di spalle come per dire forse...

Si, ci siamo visti una volta, ed un'altra e un'altra volta ancora.
Ottobre per noi fu il mese dell'amore, il più ricco, il più intenso della mia vita...
Ci inamorammo, ci amammo come nessun altro si è amato mai., ma la morte mi ha dimostrato che la vita non ci appartiene, per quanto noi possiamo amarla od odiarla è sempre una toccata e fuga che ci porta via da qui.
Come vorrei amare la vita così come Cesare la amava. Io ho cercato di capire troppe cose, ma La vita è un grande viaggio diceva sempre Cesare, e lui ha fatto il suo e ha incontrato Dio. Egli era Dio, noi siamo Dio, la terra è Dio, come diceva sempre il mio Cesare. 
La mia rivincita, il mio riscatto nei confronti della  morte è la vita. Si, adesso devo vivere, per me e per lui....che vive dentro di me...

Edywild