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Oggi tutti si considerano poeti. Sicuramente molti di noi, nei momenti tristi o in occasioni particolari della nostra vita, abbiamo buttato giù qualche verso, pur senza poterci ritenere dei veri “bardi”. Infatti, il punto è proprio questo: scrivere dei bei pensieri per il proprio partner o sfogare la nostra rabbia riversandola su carta, non ci rende automaticamente dei poeti.
Eppure, di “poesie” come questa se ne vedono sempre più in circolazione, pubblicate non solo su anonimi blog, ma in libri di “vere case editrici” (ovviamente che pubblicano a pagamento). Appare chiaro come, almeno inizialmente, il poeta, nel comporre una poesia, attinga molto dalle sue emozioni e, spesso, anche dalla sua sofferenza. Tutto ciò è normale ma non basta. Non è sufficiente avere il cuore gonfio di dispiacere o lasciarsi ispirare dal cielo stellato. Questo è il primo “schizzo” iniziale, poi sarà necessario un preciso e duro lavoro di cesellatura, perfezionamento, il lavorare su ogni parola, su ogni suono, finché il tutto non risulti perfettamente armonioso e con il risultato iniziale sperato, perché la poesia è soprattutto labor limae, non semplice ispirazione. Le poesie di grandi poeti come Ungaretti, Quasimodo, Neruda, non sono passate alla storia perché esprimevano dei semplici sentimenti buttati a caso come venivano, quasi fossero scritti a mo’ di diario personale. I poeti sopraccitati sono diventati dei “mostri sacri” della letteratura perché hanno lavorato duramente per ottenere ciò che stavano cercando, magari riscrivendo più volte le loro poesie.
Il problema dei giorni nostri non è tanto stabilire cosa sia poesia, anche perché, mi pare chiaro, si tratta di un discorso puramente soggettivo e ogni opinione in merito potrebbe essere impugnata. Se volessimo, potremmo affermare, in maniera provocatoria, che lo scontrino fiscale rilasciato da un negozio sia una poesia dada, tanto per fare un esempio. No, oggi abbiamo un problema ben più serio da affrontare.
Oggigiorno assistiamo ad un fenomeno molto curioso: la stragrande maggioranza dei giovani scrive e pubblica le proprie poesie su blog, forum e Facebook. Ma quanti di questi comprano almeno un libro di poesie l’anno che non sia un classico di un grande poeta del passato? Nessuno. Assolutamente nessuno, ve lo garantisco. Sembra proprio che la poesia sia in crisi solo quando si tratta di leggere i versi altrui, mentre la scrittura delle proprie poesie non si ferma mai. Pubblicare un libro di poesie senza contributo è praticamente impossibile. Mentre nella prosa è rimasta ancora qualche possibilità per gli esordienti, nella poesia tutto ciò non è minimamente pensabile. Questo per un motivo ovvio e scontato: la poesia non si vende. Si legge magari sul web, gratis, ma di certo nessuno compra libri di poeti perfettamente sconosciuti, libri di poche pagine, al costo assurdo di oltre 10 euro e la cui lettura sarà conclusa in venti minuti. Prestate attenzione a questo particolare: andate nel reparto poesia di una grande libreria: quanti libri di poeti esordienti pubblicati da piccole case editrici riuscite a trovare? Credo nessuno, o quasi, e comunque quei pochi che per miracolo sono riusciti a raggiungere lo scaffale di una libreria molto probabilmente finiranno al macero assieme a tanti altri.
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